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Obama s'aggrappa allo spot che nasconde i fatti

Barack pensa alla rielezione alla Casa Bianca e lancia il cortometraggio con regia e testimonial vip: "Non pensate a come stiamo ora..."

9 Marzo 2012

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Obama s'aggrappa allo spot che nasconde i fatti

Lo stesso regista, Davis Guggenheim, che aveva fatto per Al Gore “An inconvenient truth” (La verità scomoda), il (finto) documentario sul global warming infarcito di storie false o inventate al punto che il ministero della scuola inglese aveva chiesto numerose correzioni perché non diseducasse i giovani, è stato scelto dalla campagna di Obama per fare un lungo spot elettorale. Il cortometraggio ha il titolo “The road we’ve traveled” (La strada attraverso la quale siamo passati) , dura 17 minuti e dal 15 marzo sarà utilizzato dai democratici in tutti gli eventi per la raccolta di fondi. Non pare finora che il presidente riesca a mantenersi in linea con i suoi piani ambiziosissimi di superare l’obiettivo di un miliardo di dollari, che sarebbe un record storico dopo gli 800 milioni e passa  di 4 anni fa, e questo video di propaganda dovrebbe aiutare. Di sicuro è rivolto più ai militanti che non al pubblico generale della gente comune, preoccupata perché la ricetta usata da Barack nei primi tre anni di potere non ha finora funzionato. Così, tutto il tono del film dal titolo in giù è solo un aggiornamento dello slogan “tutta la colpa è sempre di Bush”, che evidentemente Obama crede sia ancora oggi la sua carta migliore.

La voce cavernosa e suadente di Tom Hanks, che legge il testo, dovrebbe garantire il successo del messaggio. “Come comprendiamo e valutiamo questo presidente, e il suo tempo in carica”, si chiede retoricamente Hanks? “Guardiamo ai titoli dei giornali di oggi, o ricordiamo attraverso che cosa, noi come paese, abbiamo dovuto passare?”. Insomma, non giudichiamo i fatti (tra l’altro riportati da una stampa e da una televisione in grandissima parte filo liberal e filo Obama) , ma pensiamo a come eravamo stati ridotti da Bush. Invece delle soluzioni adottate dal 2009 al 2012 dal nuovo venuto, meglio rimettere l’orologio al 2008. Pensare a quanto era stato disastroso il predecessore piuttosto che far vedere che cosa ha combinato il suo successore. Il tentativo della propaganda di Obama è di distrarre l’attenzione dal mero bilancio pratico raggiunto dalle politiche del suo governo. Ma il problema è che gli elettori, quando si sarà diradata la nebbia sollevata dalle tafferuglie repubblicane nelle primarie, e si troveranno davanti alla scelta tra chi ha governato 4 anni e chi aspira a sostituirlo (Mitt Romney al 90%, ormai), i risultati e le azioni di Obama peseranno assai. Di recente, è vero, la leggera ripresa economica in termini di crescita del Pil e della occupazione ha dato respiro al presidente. Ieri il ministero del Lavoro ha comunicato che in febbraio ci sono stati 227 mila posti in più, sempre però con il tasso di disoccupati all’8,3%. Ma questo è solo un blando incremento sui due anni precedenti, non su Bush.

Chi avesse detto nel gennaio del 2009 che oltre tre anni dopo, a sette mesi dal voto presidenziale del prossimo novembre, la disoccupazione sarebbe stata ancora tanto elevata; che il debito nazionale sarebbe stato gonfiato di altri 5mila miliardi di dollari (ora è a 15 mila miliardi); che i mille miliardi di dollari (pubblici) di stimolo del 2009 sarebbero stati utilizzati male (ipotesi più favorevole) oppure sarebbero finiti in un disastro finanziario con scarsissimi benefici per la collettività (ipotesi molto più vicina alla realtà); che la benzina sarebbe costata 4 dollari al gallone; che la riforma della salute sarebbe stata osteggiata con una proporzione di tre a due nell’opinione pubblica. Chi avesse ipotizzato tutto ciò sarebbe stato tacciato di essere, oltre che un menagramo per le sorti dell’America, un fanatico filo repubblicano con in testa solo il traguardo di negare a Barack il bis. Essendo questi fatti una “verità non conveniente”, con tanto di numeri, meglio “non dare retta ai giornali”, come invita a fare Hanks-Obama, e credere di essere ancora nel 2008.

di Glauco Maggi
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