L'effetto delle riforme

La pensione arriverà più tardiE scenderà alla metà dello stipendio

Lucia Esposito

  Riforma delle pensioni», «tassazione sulle rendite finanziarie» e «andamento dei mercati finanziari». Tre elementi di forte discontinuità rispetto al passato che hanno caratterizzato il 2012, con significativi impatti sul mondo del risparmio e della previdenza. L’evento più importante, che ha segnato la fine dello scorso anno, è stata la manovra Salva-Italia,  voluta dal governo Monti, che ha avuto come obiettivo di intervento diversi aspetti: tasse, casa, lavoro e  imprese, liberalizzazioni e pensioni. Una manovra figlia dell’aggravarsi della crisi economica e dell’instabilità dei mercati finanziari, che ha scosso la calma della ordinaria politica economica italiana, e che ha avuto come cardine principale proprio la revisione del sistema pensionistico italiano. Da dove siamo partiti  A fine 2011, osservando la differenza con il sistema pensionistico delle più importanti nazioni d’Europa, si poteva osservare come l’età pensionabile  fosse ormai in linea con la media del Vecchio continente. Ma se si considera che in tutti questi Paesi è previsto un innalzamento verso i 67 anni, è facile immaginare che questa età sarà il target minimo. Un aspetto più preoccupante, inoltre, sorgeva osservando l’importo percepito con l’assegno della previdenza pubblica, in rapporto al reddito percepito negli ultimi periodi di attività lavorativa. Gli importi riconosciuti in Italia, infatti, erano nettamente superiori rispetto a quelli riconosciuti dagli altri Paesi europei, ad eccezione della Spagna, che non a caso ha una situazione delle finanze pubbliche simile alla nostra. Facile prevedere che, a partire dai Paesi dell’euro, Italia compresa, il trend è di un progressivo innalzamento dell’età minima per andare in pensione. Con una rendita però nettamente inferiore a quella attuale. La riforma Fornero, la prima varata dal governo dei Professori,  va proprio in questa direzione. Ecco le principali novità introdotte cal Salva Italia.  Sistema contributivo per tutti  L’elemento più importante della riforma riguarda l’introduzione del sistema contributivo: la pensione  non è più legata alla retribuzione percepita, ma ai contributi versati  a favore del dipendente nell’arco dell’intera vita lavorativa. Ciò significa che il lavoratore si ritroverà con una pensione d’importo sicuramente inferiore all’ultimo stipendio, e più bassa rispetto alle pensioni pubbliche erogate in passato. Esistono a oggi due categorie di futuri pensionati: i lavoratori assunti dal 1996 che avranno una pensione calcolata interamente con il sistema contributivo;  i lavoratori che prima del 31 dicembre 2011 avevano già diritto al sistema retributivo, avranno una pensione calcolata con il sistema «pro rata». Per questi lavoratori sarà applicato il retributivo fino al 31 dicembre 2011 e il sistema contributivo da gennaio 2012. Nuovo  calcolo delle pensioni  L’importo della pensione con il sistema contributivo è calcolato in base ai contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. La somma dei contributi versati, il «montante», è rivalutata, in base ad un indice fornito dall’Istat, basato a sua volta sulle variazioni quinquennali del Pil (prodotto interno lordo). Il risultato viene poi moltiplicato per un «coefficiente di trasformazione», variabile in funzione dell’età del lavoratore, al momento della pensione. Il suo valore varia tra il 4,42 per cento (pensionando di 57 anni) e il 5,62 per cento (pensionando di 65 anni). Il coefficiente di trasformazione  cresce con l’aumentare dell’età. Dal 1° gennaio 2013 l’aggiornamento di questi  coefficienti di trasformazione passerà da triennale a biennale. Modifica non irrilevante: a ogni aggiornamento dei coefficienti l’importo della pensione tende a diminuire. Scompaiono finestre e anzianità  Sono state abolite le finestre di uscita per la pensione, quelle che posticipavano di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi, l’effettivo pensionamento dalla data in cui si maturavano i  requisiti minimi richiesti. Dal 2012 si torna al passato, la decorrenza della pensione scatta dal primo del mese successivo alla in cui si raggiungono i  requisiti. Sono di fatto abolite le pensioni di anzianità (quelle di “quota 96” e quelle con solo 40 anni di contribuzione, che poi sono 41 anni o 41 anni e 6 mesi tenendo conto dell’attuale finestra di uscita) e sono sostituite dalla cosiddetta «pensione anticipata».  Per poterla conseguire  dal 2014 bisognerà avere: per le donne: 41 anni e 3 mesi di contributi versati;  per gli uomini: 42 anni e 3 mesi di contributi versati. L’incremento di questo requisito è graduale nei primi due anni: per il 2012 sono 2 mesi in meno, per il 2013 un solo mese in meno rispetto ai limiti segnalati qui sopra che varranno a partire dal 2014. Se si va in pensione anticipata prima dei 62 anni sui contributi accreditati fino al 2011 si applica una penalizzazione dell’1% per ogni anno  antecedente il 62° anno di età al momento del pensionamento e un ulteriore 1% per ogni anno e frazione antecedente il 60°. Questo nuovo meccanismo punta  a disincentivare i pensionamenti precoci anche per coloro che fanno riferimento al sistema di calcolo retributivo. Sono garantiti  i diritti acquisiti a tutti coloro che hanno  maturato i requisiti della normativa precedente, entro il 2011. Inoltre sono previste clausole di salvaguardia per alcune categorie, ad esempio le persone in mobilità, e quanti abbiano avuto accesso alla contribuzione volontaria.Tutti i limiti fin qui esposti di età e  di anzianità relativi alla pensione, come  i coefficienti di conversione del montante individuale, sono soggetti a un incremento legato  all’allungamento nella speranza di vita  rilevato dall’Istat. La revisione avverrà nel 2013, nel 2016, nel 2019. Poi con frequenza biennale. Fra l’altro è previsto un incremento dell’aliquota di contribuzione  per  artigiani, commercianti e coltivatori che dall’attuale 20% salirà al 24% dal 2018. Pro e contro del nuovo sistema  Secondo uno studio della Covip, con l’entrata a  regime del sistema contributivo, i futuri pensionati andranno incontro a una prestazione pensionistica pubblica pari a meno della metà rispetto al reddito annuo percepito negli ultimi anni di attività lavorativa. Altre analisi si spingono perfino a calcolare differenze superiori al 60% tra la pensione  e l’ultimo  e l’ultimo stipendio percepito come lavoratore. Questo gap previdenziale varierà  a seconda del tipo di lavoratore (dipendente, a progetto, partita Iva), dell’anzianità contributiva e di altri fattori  imponderabili, ad esempio nuove riforme che peggiorino ulteriormente le prestazioni. L’unica possibilità per i futuri pensionati di non subire un  drastico abbassamento del tenore di vita è  di ricorrere fin da giovani alle forme di integrazione pensionistica. Il gap previdenziale rappresenta un vero problema sociale: lo Stato non potrà più garantire  alle giovani generazioni di lavoratori, il pagamento della pensione ai livelli  di oggi. Dunque è necessario  di colmare questo  divario per assicurarsi una terza età economicamente serena. Più tempo impiegheranno le nuove generazioni a prendere coscienza del rischio a cui vanno incontro, maggiore sarà la loro difficoltà di recuperare gli anni persi e integrare  la loro pensione. Non a caso è lo stesso legislatore che  ha deciso di incentivare il più possibile la previdenza complementare e la sua ormai indispensabile funzione sociale, soprattutto attraverso  il riconoscimento di importanti sgravi fiscali. Vantaggi fiscali  Il primo vantaggio  previsto è la deducibilità dei premi versati. Infatti ogni anno è possibile portare in deduzione dal reddito imponibile i contributi versati fino ad un massimo, anno per anno, di 5.164,57 euro. Altro aspetto non secondario è la tassazione agevolata delle prestazioni: infatti, i contributi, dedotti durante il periodo di contribuzione, sono tassati in fase di erogazione con un’aliquota del 15% (ridotta di uno 0,30% per ogni anno di contribuzione oltre il 15°, con un limite minimo del 9%). Il  nuovo quadro normativo  ha fatto insorgere nei lavoratori forti dubbi sul futuro. Spesso si sentono domande come: «quando potrò andare in pensione?», «come sarà l’assegno che percepirò?», «sarà sufficiente per vivere decorosamente?».  Per rispondere a queste domande e per chiarire i dubbi dei futuri pensionati, esistono sul mercato strumenti e supporti di analisi funzionali a comprendere la propria situazione previdenziale. Per esempio Cattolica Previdenza, (società del Gruppo Cattolica, specializzata sui temi previdenziali) ha messo a disposizione della propria rete di «consulenti previdenziali» e delle agenzie un set di strumenti e di  iniziative che permettono   una corretta analisi della posizione previdenziale. Personal pension planning  È uno strumento di analisi per la previdenza complementare. Una corretta pianificazione previdenziale, effettuata per tempo, consente ad ognuno di determinare le risorse e  i risparmi necessari per garantirsi nel futuro tranquillità e stabilità. L’obiettivo della pianificazione previdenziale è  di inquadrare con precisione le risorse della pensione pubblica (decorrenza, importi attesi ecc.) e  commisurare il risparmio da destinare a  sistemi integrativi. La caratteristica più importante che viene introdotta dalla consulenza previdenziale  è lo spostamento del criterio usato nel prendere le decisioni di risparmio dal piano emotivo al piano razionale. Per conseguire questo obiettivo, l’analisi deve garantire la facile leggibilità e la comparabilità dei risultati attesi per tutte le alternative disponibili. In questa fase è importante l’applicazione di un metodo semplice e dotato di sufficiente elasticità per adattarsi alle esigenze concrete del singolo lavoratore.  Ciò non significa che, banalmente, lo strumento debba avere pochi dati di impostazione e un unico risultato sintetico. Completezza e flessibilità, infatti, risultano più adeguate rispetto alle risposte «preconfezionate», tipiche di un modello di vendita poco attento e che, per questo motivo, può risultare per il cliente poco soddisfacente. L’obiettivo invece è quello di esporre gli aspetti  di maggiore  interesse (gli importi delle pensioni nette, delle rendite vitalizie nette, ecc.), consentire la scelta delle alternative di risparmio valutando l’impatto sui bilanci familiari, esporre l’aspetto aleatorio in termini  di risultato atteso, selezionare indici sintetici di redditività (tassi di sostituzione, indici di costo) e via dicendo. Tutto questo richiede  professionalità e strumenti adeguati.