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Autostrade per l'Italia e Benetton nel mirino di pm e governo, ma le azioni sono un affare

Tobia Di Stefano
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Comunque vada sarà un insuccesso. È questa l'unica certezza che emerge alla vigilia dell'ennesima giornata che si annuncia decisiva sulla revoca della concessione autostradale di Atlantia (Benetton). Un tira e molla che va avanti da quasi due anni, quando all'indomani del crollo del ponte Morandi l'esecutivo dell'epoca (M5S più Lega con Conte premier) puntò senza esitazioni il dito contro la società controllata dalla famiglia di Ponzano Veneto, dando per cosa fatta la revoca della concessione. Il problema è che in 24 mesi non è stata presa nessuna decisione e che anche oggi (in serata ancora non era stato convocato il Cdm) la decisione potrebbe essere presa domani o dopodomani. In un'intervista rilasciata dallo stesso presidente del Consiglio dell'epoca al Fatto Quotidiano (il suo quotidiano di riferimento) Conte era sembrato categorico. Aveva rivelato a Travaglio che l'ultima offerta di Atlantia era «imbarazzante» e che i Benetton (la cassaforte Edizione ha il 30% di Atlantia che ha l'88% di Autostrade) non potevano restare «consoci» dello Stato in quanto avrebbero partecipato alla ripartizione degli utili. La revoca della concessione appariva cosa fatta.

 

 

 

Rischi? Macché, i contribuenti stiano tranquilli - evidenziava ancora il premier - «sono i Benetton che dovranno dare dei soldi allo Stato e non viceversa». Insomma, il capo del governo sembrava avere grande fiducia nella magistratura sulla spinosa questione dell'indennizzo da accordare ad Atlantia che dai 23 miliardi originari era passato a circa 7 grazie a una modifica unilaterale al contratto apportata con l'articolo 35 dell'ultimo Milleproroghe. Del resto - deve aver pensato Conte - ogni giorno che passa c'è una nuova Procura che indaga sulle vicende autostradali. E solo ieri si è saputo che Teramo, Pescara, Genova, Chieti, Aquila e Napoli hanno messo nel mirino i piani per i lavori di manutenzione su alcune tratte, tra le quali ci sono anche quelle gestite da Aspi. Ma già ieri nel pomeriggio il premier, che era in pellegrinaggio in Germania dalla Merkel per i fondi Ue, è apparso meno sicuro. Ha parlato di una semplice «informativa» su Autostrade e «di una scelta che dovrà coinvolgere tutto il governo», mentre quasi in contemporanea Renzi (Italia Viva) si diceva assolutamente contrario alla revoca. Il problema è che in mezzo alla querelle ci siamo noi. I turisti costretti a restare delle ore in code per arrivare in Liguria. Gli azionisti di Atlantia che hanno visto il titolo perdere continuamente valore: -15% ieri, -54% rispetto a un anno fa. I 17 mila piccoli obbligazionisti che nel caso di default del gruppo rischiano di perdere 750 milioni. E i 7 mila dipendenti che temono per i loro posti. Difficile dire cosa succederà? Da una parte c'è Kepler Cheuvreux che consiglia di acquistare il titolo perché anche in caso di revoca il contenzioso andrebbe per le lunghe e avrebbe un esito incerto con Atlantia che manterrebbe dei rendimenti allettanti. E ci sono i soci stranieri di Autostrade (il fondo cinese Silk Road e la tedesca Allianz) che stanno caldeggiando un intervento istituzionale per far "ragionare" il governo italiano. Dall'altra gli analisti che in caso di revoca parlano di fallimento di Autostrade che non potrebbe ripagare i 10 miliardi di debito e che a catena si porterebbe dietro l'insolvenza sui 9 miliardi di debito di Atlantia. Un default da 20 miliardi che avrebbe conseguenze sui mercati obbligazionari e scoraggerebbe altri investimenti stranieri in Italia. Insomma, un pasticcio. Che oggi rischia di ingarbugliarsi ancora un po'.

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