La finanza cambia idea

Mario Draghi, l'enigma: imbullonato a Palazzo Chigi dai mercati, ma all'improvviso i giornali economici...

Francesco Specchia

Mi si nota di più se mi isso al Colle, o se rimango a Palazzo Chigi? Qual è il destino migliore per un vibrante “nonno” delle istituzioni: un settennato come frontman della Repubblica o l’accanimento nel raddrizzare le gambe ai cani della politica, tra i parlamentari che sgomitano all’unico orizzonte delle prossime elezioni? Grandi dubbi affollano il cielo di Mario Draghi. E la grande stampa fa poco, in tutt’onestà, per dipanarli.

Quasi simultaneamente, in quadrata falange, le principali testate internazionali, i più noti osservatori e le migliori agenzie di rating si sono prodotti in una straordinaria inversione a “U” sull’argomento. L'Economist, solo il 16 dicembre scorso, avvertiva che se il premier «competente e rispettato a livello internazionale» andasse al Quirinale, «questa insolita esplosione di governance, potrebbe subire un’inversione» e sarebbe «un incarico più cerimoniale, lasciando il posto ad un premier meno competente». Quindi, al Qurinale anche no.

Ma è lo stesso Economist< che ora, pur ribadendo che Draghi «non ha alcuna affiliazione partitica e guida un governo che spazia lungo l’arco politico dalla destra conservatrice alla sinistra radicale», sarebbe comunque «lui l’uomo giusto per il Quirinale per questa grande coalizione, sarebbe logico compattarsi per sostenerlo». L’autorevole (è sempre autorevole) Financial Times, invece, voce della finanza che conta, aveva scritto attraverso una nota del suo Editorial Board che, come Capo di Stato, Draghi «non avrebbe i poteri formali sull’agenda di policy del prossimo governo». Mentre, l’altro giorno ecco, dello stesso FT la smentita: «In queste circostanze, sarebbe meglio avere Draghi presidente per usare i poteri considerevoli della carica e la moral suasion per tenere il Paese sui binari, potrà servire come Presidente della Repubblica».  Al Quirinale, anche sì.

I POTERI E LA VIRTÙ

E ancora, ecco il New York Times dal suo bureau romano sostenere che «una figura della sua statura - nonché i rapporti che ha con i leader stranieri e l’attenzione mediatica che riesce ad attirare - potrebbero rendere la presidenza più muscolare»; pure se l’Italia «deve ancora soddisfare le richieste stringenti di Bruxelles per mettere a terra i miliardi futuri dei fondi europei». E, tuttavia, eleggere Draghi non prelude a un pensionamento dato che, la presidenza della Repubblica «è un ruolo che si porta dietro enormi poteri, specialmente nelle crisi politiche». E poi, via via, c’è Liberation che commenta: «Per ora il favorito per il Quirinale è Draghi che guida il Paese da febbraio alla testa di un Governo di unità nazionale che va dall'estrema sinistra alla Lega con il rischio che una sua elezione interrompa la concordia nazionale, rallenti le riforme del Paese e ridia fiato ai giochi politici e all'interruzione anticipata della legislatura». E il Pais che aggiunge: «Se davvero l’ex presidente della Bce è una risorsa per l’Italia, qualcosa in più di un semplice «nonno», è meglio trovargli un incarico di sette anni che gli consenta di guidare questa fase complessa, piuttosto che lasciarlo in pasto ai bizantinismi della politica italiana per un anno e mezzo». C’è un altro aspetto da considerare: se i partiti sovranisti dovessero vincere le elezioni, le cancellerie, come in passato, sarebbero rassicurate dalla presenza di Draghi al Quirinale. Fino a qualche mese fa, guai a sbullonare Draghi da Chigi. La testata geopolitica Formiche si è molto divertita a spulciare nell’archivio delle contraddizioni delle testate estere. Adesso, invece, il tema è: perché questo improvviso quanto massivo cambio d’opinione? Davvero sono l’economia o i mercati a volere Draghi sul Colle e non «a Palazzo Chigi in pasto ai partiti»?

Sostiene Gianluca Verzelli, economista e senior banker di Banca Aletti :«I mercati sono propensi a mantenere la stabilità, specie per la realizzazione del Pnnr che ora inizia la sua fase più operativa. Mai come con Draghi, l’economia italiana era riuscita a recuperare il gap sugli altri paesi, dopo il calo del peso del portafogli del listino Italia; mai la Borsa italiana aveva toccato livelli così indiscutibilmente alti; certo, vale per tutte le borse europee, ma per la nostra di più». Continua il banchiere: «L’Italia con Draghi a Palazzo Chigi è tornata ad essere terreno di investimenti. Poi è subentrata la candidatura di Berlusconi, e manca il tassello –non ha una razionalità- che spieghi come, quasi simultaneamente, le principali testate straniere abbiano sostenuto la necessità di Draghi al Quirinale dopo avere asserito l’esatto contrario. Evidentemente gli stessi corrispondenti esteri dall’Italia devono vivere la curiosa convinzione che Draghi anche dal Quirinale possa gestire, in una sorta di presidenzialismo de facto le questioni economiche. La pensano così anche molti imprenditori. Intravedono la presenza di una sorta di suo velo protettivo sulla politica, credono molto nella spinta concreta di una sua moral suasion. In più, i mercati ora sanno quanto una caduta del governo possa essere improbabile». Gli investitori, insomma, seguono Draghi con attenzione, ma non drammatizzano; per ora credono nella capacità dell’Italia di proseguire nel solco delle riforme e della crescita. Per ora.

LA FINANZA ATTENDISTA

La Finanza è attendista e produce, in questi giorni derrate di studi sulle nostre elezioni (Goldman Sachs su tutti) . E pare che Draghi o chi per lui abbia rasserenato i volubili hedge fund sulla garanzia di stabilità in qualunque ruolo il Drake si possa trovare. Anche perché un terzo del leggendario debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri, e se –in teoria- le nomine delle prossime settimane rimanessero sul gozzo ai mercati, gli investitori potrebbero reagire cominciando a vendere titoli del Tesoro italiano, innescando una pericolosissima spirale viziosa. In definitiva, qui, si sono confusi i piani di lettura. Il primo è quello dei mercati che insistono su Draghi a Chigi, a finire il lavoro; «dal Colle il premier non potrebbe più guidare le riforme né controllare la spesa dei fondi del Recovery», analizza la tedesca Berenberg Bank.

Il secondo piano di lettura è quello dei media stranieri che ora spingono Draghi al Quirinale, in una sorta di cartello mediatico, vuoi per impedire che ci salga il nemico numero uno Silvio Berlusconi (ma mentre scrivo l’ipotesi pare tramontata), vuoi perché suggeriti e/o rassicurati dallo stesso staff di Draghi. Mah. Citando I Clash,  in una nota sull’inefficacia politica di un governo senza SuperMario si chiede, appunto, Goldman Sachs,  “Should I Stay or Should I Go?”. Mi si nota di più se rimango o me ne vado?…