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Ucraina, quanto spenderà di più ogni famiglia italiana per la guerra di Putin: crisi energetica, una mazzata storica

Fausto Carioti
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Cinquantacinque miliardi di euro in più rispetto allo scorso anno. Che graveranno maggiormente su alcuni e meno su altri, come sempre: sulle imprese più che sulle famiglie (le quali subiranno comunque l'aumento dei prezzi al consumo) e sui benestanti più che sui contribuenti a basso reddito. Ma facendo un calcolo a spanne, secondo la media di Trilussa, il peso della guerra e delle sanzioni sul solo conto dell'energia ammonterà a 2.140 euro per ogni famiglia italiana.

 

 

Quei 55 miliardi sono la prima stima, cautelativa e suscettibile di aggiornamento, che in questi giorni convulsi ha fatto Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, massimo esperto della materia. «Se i prezzi attuali dell'energia non dovessero scendere nel resto dell'anno, subendo anzi un ulteriore, probabile aggravio a causa delle sanzioni», spiega a Libero, «il conto del deficit energetico che l'economia italiana sarà chiamata a pagare nel 2022 ammonterà a 90 miliardi di euro, circa il 5% del nostro Pil. Nel 2021 fu di 35 miliardi. La differenza, 55 miliardi, pari a tre punti di Pil, sono soldi in più che usciranno dall'economia italiana per trasferirsi all'estero».

Questo supponendo che gli approvvigionamenti rimangano costanti. Ossia che non ci siano razionamenti di gas e di elettricità. Non tali, almeno, da costringere le industrie rimaste in Italia a rallentare la produzione. Perché in quel caso si navigherebbe davvero in acque sconosciute. Ipotesi che lo stesso Mario Draghi ha fatto balenare l'altro giorno in parlamento, quando ha avvisato che il governo «è al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica», che includono «sospensioni nel settore industriale» e altri interventi. Piani d'emergenza che il presidente del consiglio, per primo, si augura non siano necessari, ma che intanto Roberto Cingolani e gli altri ministri stanno preparando. Giustamente. Anche se nessuno lo chiama per nome, insomma, c'è lo spettro di una "austerity" simile a quella che gli italiani vissero all'inizio degli anni Settanta, a causa della crisi petrolifera e della guerra dello Yom Kippur.

 

 

Cosa accadrebbe oggi, in caso di «un ipotetico shock da razionamento del 10% del gas sul settore delle imprese»? È la domanda che si è posta la Banca centrale europea, in una simulazione i cui risultati sono stati pubblicati nel Bollettino economico pochi giorni fa. La risposta è una perdita della produzione industriale pari allo 0,7% nell'intera Eurozona. Il colpo per l'Italia sarebbe ovviamente maggiore, pari allo 0,8%, poiché è priva di nucleare e ha una dipendenza maggiore dal gas russo. L'ipotesi di un simile razionamento, peraltro, non è affatto surreale, dal momento che il 50% del metano che l'Europa importa dal resto del mondo proviene proprio dai giacimenti russi, e gli stoccaggi sul continente sono ai minimi degli ultimi cinque anni, pari ad appena il 32% della capacità totale. E cioè, come avverte l'Istituto per gli Studi di politica internazionale, «abbastanza per superare senza affanni l'inverno indipendentemente dalle azioni della Russia, ma non sufficienti a permettere all'industria europea di operare a pieno regime dal prossimo autunno, qualora non si dovessero trovare forniture sufficienti da altri Paesi».

 

 

E mentre l'Italia e l'Europa contano i metri cubi di gas, le riserve russe sono colme come mai prima d'ora. Vladimir Putin ha passato gli ultimi otto anni a ricostituirle, portandole al valore record di 630 miliardi di dollari, equivalente al 40% del prodotto interno lordo russo (nelle banche centrali dell'Eurozona, per capirsi, la media è pari al 9%). Putin, insomma, ha molto più ossigeno da parte rispetto a chi lo sta sfidando. 

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