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Banche e politica devono far diventare più forti le Pmi

Uno scenario socio-economico altalenante: ecco una ricetta virtuosa per guardare al futuro con maggiore convinzione
di Bruno Villois sabato 29 novembre 2025

3' di lettura

Lo scenario socio-economico italiano resta altalenante. Da una parte i conti pubblici, per la prima volta da inizio secolo, attestati su posizioni insperate con il deficit che sta raggiungendo il tanto agognato 3%, dall’altra un sistema industriale molto affaticato da oltre 9 trimestri di calo. Un sistema industriale la cui capacità produttività è per meno del 40% realizzato dalla media e grande impresa, con un fatturato sopra il miliardo di euro, è essenzialmente sotto la mano pubblica e il restante concentrato su farmaceutico, agroalimentare, siderurgico privato, meccanica di precisione e nicchia, e telecomunicazioni, che però è prioritariamente a capitale estero.

Il restante 60% è in pancia alle PMI e micro imprese, il cui numero produttivo industriale è ormai pari al 40% del totale delle imprese di capitali, Spa e Srl, il restante è del terziario, che per le micro imprese supera il 95% ed è costituito da società di persone, Snc, Sas e ditte individuali, le quali, nella maggioranza dei casi, non vivono di certo una stagione brillante a causa del significativo rallentamento dei consumi. Ormai da decenni, soprattutto per i comparti produttivi, si sottolinea l’esigenza di aumentare le dimensioni delle imprese, il capitale di rischio, le forme giuridiche costitutive, condizioni mai realizzate e mai sostenute da politiche incentivanti a farlo, sempre accantonate dalla politica di ogni colore ma anche dalle associazioni datoriali, le quali per contare nelle scelte politiche debbono disporre di numeri di grandi dimensioni di associati.

L’accelerazione dell’avvento tecnologico ha portato con se il tema della produttività, a monte della quale c’è e ci sarà sempre più l’evoluzione tecnologica e i mezzi finanziari per poterla acquisire e gestire con personale qualificato e quindi più costoso. Le PMI sotto la soglia dei 5 milioni di fatturato, praticamente tutte, sono in costante ritardo per modernizzarsi e produrre a minori costi è miglior qualità. L’accesso al credito per le piccole imprese è stato ed è un tema sostanziale del Paese, il loro merito creditizio è per lo più ai limiti del concedibile. La grande maggioranza delle PMI ha debito dovuto all’attività corrente e, solo in parte molto minore agli investimenti. Il rischio che si avvicini una stagione di crisi di imprese di piccole dimensioni è assai veritiero, situazione che alimenterebbe forti problematiche all’occupazione e rischi default imprenditoriali. Servirebbe una politica fiscale e una burocrazia concepite per favorire e stimolare le fusioni tra piccole e medie imprese, operazione che dovrebbe essere accompagnata da garanzie dei capi filiera, ahimè in gran parte esteri, sulle commesse e sulla loro marginalità finanziaria a favore degli appaltanti. 

Fare squadra in questo ambito è e sarà determinante per evitare crisi d’impresa diffuse e parimenti recuperare competività e quindi far risalire la ripresa economica e con essa sia i salari del lavoro dipendente che il reddito di quello autonomo. Il Governo, le tre-quattro maggiori associazioni datoriali e il sistema bancario dovrebbero, senza alcun indugio, fissare regole e reciproci impegni, duraturi nel tempo, per far decollare fusioni e incorporazioni tra PMI, per dare una svolta epocale al sistema imprenditoriale, soprattutto industriale, ma non solo, Paese. Una svolta che aiuterebbe a puntare ad una crescita stabile del Pil italiano almeno pari all’inflazione e comunque superiore al punto e mezzo annuale.

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