È difficile immaginare cosa potremmo mai leggere tra qualche anno nei libri di storia e di economia sulla mirabolante avventura del Superbonus uscito fuori dal cilindro di Giuseppe Conte nel 2020. Gli ultimi numeri ufficiali dell’Enea, aggiornati al 30 aprile 2026, parlano di 131,97 miliardi di oneri a carico dello Stato per la ristrutturazione gratuita, anzi a premio, di 505mila unità immobiliari. Cifra aumentata rispetto ai 129,49 miliardi conteggiati a fine 2025, il che significa, dettaglio non trascurabile, che malgrado la fine delle agevolazioni fissata per lo scorso 31 dicembre, le fatture continuano ad arrivare. Il problema è capire quanti di questi soldi siano stati piazzati sul nostro debito pubblico, quindi sul groppone dei contribuenti presenti e futuri, in maniera regolare e quanti attraverso trucchi e furberie. E anche in questo caso la questione è tutt’altro che marginale. Sembra infatti che sia stata proprio una coda imprevista del Superbonus, negli ultimi mesi dello scorso anno, ad impedire al governo di acciuffare l’obiettivo del deficit pil sotto il 3% e poter sperare nell’uscita dalla procedura di infrazione Ue.
Cifre esatte sull’entità delle truffe, numerosissime, che hanno costellato tutta la vita della maxi agevolazione edilizia non ce ne sono. Ma alcune stime fanno mettere le mani nei capelli. «Mi ha colpito, per quanto di mia competenza, il ricorso così importante ad attività che non hanno riscontro nella realtà», ha spiegato ieri il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, a margine del Festival dell’economia di Trento, visto che «negli anni l'Agenzia delle Entrate ha sempre reso noto le proprie attività di contrasto a questi crediti non spettanti e quindi ci saremmo aspettati una maggiore cautela anche da parte di altri soggetti».
E ora viene il bello. Carbone ha citato una recente inchiesta del Sole 24 Ore sul Superbonus, dalla quale è emerso che circa il 33% dei crediti 2025 è stato ritenuto a rischio e, quindi, non utilizzabile in compensazione. E ha poi spiegato che rispetto ai crediti d'imposta non spettanti, e «alle frodi», sul Superbonus «normalmente il grado di infedeltà era sul 3%. Quest'anno, l’ultimo in cui presentare le fatture, dal 3% è salito al 33%», ha confermato Carbone.
A questo punto bisogna avere chiaro che non si sta parlando di qualche centinaio di milioni. Nell’aprile del 2024, il predecessore di Carbone, Ernesto Maria Ruffini, aveva spiegato alla commissione Finanze del Senato che nel complesso i crediti d’imposta relativi a tutti i bonus edilizi e «oggetto di truffa» sono stati circa 15 miliardi di euro. Di questi, 8,6 miliardi sono stati sequestrati in modo preventivo dall’autorità giudiziaria, mentre 6,3 miliardi sono stati scartati dalla piattaforma della cessione dei crediti.
In questo momento, ha detto ieri il capo delle Entrate, parlando delle frodi sui bonus edilizi più in generale, «non ho i dati per dire che al 100% l'abbiamo già intercettato, però gran parte di queste attività sono state bloccate». In altre parole, come già si vociferava nei giorni in cui è stato presentato il Documento di finanza pubblica che ha cristallizzato il deficit/pil al 3,1%, così come certificato dall’Istat, c’è la possibilità più che concreta che alla fine siano state proprio le truffe sul Superbonus ad inguaiare Giancarlo Giorgetti anche sul fronte dell’indebitamento dopo averlo già fatto ampiamente su quello del debito, con una botta di altri 40 miliardi per l’anno in corso e di 20 per il 2027.
Ora i grillini ci spiegheranno per l’ennesima volta che il Superbonus è stato uno straordinario volano per la crescita post-Covid, che il governo lo usa come alibi per non ammettere che non ha saputo fare i conti, che era giusto mettere 130 miliardi sul conto dei contribuenti per ristrutturare gra-tui-ta-men-te il 4,1% (tra cui ville e castelli) dei circa 12 milioni di immobili presenti nel nostro Paese. La realtà, come ha detto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani nel suo intervento in videocollegamento al Festival dell'economia di Trento, è che il Superbonus rappresenta oggi «un fardello enorme» per il bilancio italiano e limita la capacità di spesa del Paese a sostegno della crescita. Il principio poteva anche essere giusto, ha detto il vicepremier, ma non si può dire «che abbandoniamo la borsa in mezzo alla strada e tutti quanti possono andare a prendere i soldi della borsa». Mai immagine poteva essere più adatta nel giorno in cui si scopre che le truffe, nella fase finale, sono schizzate dal 3 al 33%. Praticamente una fattura su tre è fasulla. A rimettere i soldi nella Borsa, purtroppo, ci penseranno i nostri figli.