Italia, una buona notizia: Sergio ha le mani libere

Andrea Tempestini

L’uscita della Fiat da Confindustria è una mossa per liberarsi dal vincolo della contrattazione nazionale con i sindacati e per pretendere esclusivamente quella aziendale. La ritengo una buona notizia per l’Italia e per i lavoratori dipendenti del gruppo e dell’indotto. Con più flessibilità la Fiat  avrà meno motivi per ridurre le produzioni in un Italia a costi sistemici troppo elevati. Nella contrattazione aziendale gli accordi potranno essere più calibrati alle situazioni specifiche e vantaggiosi per tutti gli attori. Confindustria è una associazione di altissima qualità. Ma è un’istituzione del mondo che fu. La sua esistenza in forma di sindacato nazionale e  generalista delle imprese ha senso come controparte di un sindacato nazionale dei lavoratori dipendenti. Ambedue hanno la missione di fare accordi di compromesso in termini di contratti nazionali, settore per settore, intesi come griglie entro cui poi dettagliare intese aziendali. Nel passato i contratti nazionali sono stati di certa utilità perché hanno calmierato sia il costo del lavoro sia la conflittualità sindacale. La sintesi nazionale, alla fine, permetteva l’emergere di atteggiamenti responsabili. Ma ora i requisiti di competitività  nel mercato globale richiedono molta più flessibilità specifica, azienda per azienda, di quanta sia possibile  nel vecchio modello. Ciò non vuol dire che non possano più esistere una associazione di imprese e un sindacato nazionali in quanto molti temi di rappresentanza degli interessi lo giustificano. Ma quello che non può più esistere è il contratto nazionale. La Fiat, azienda globale, non può mantenere produzioni con un margine di profitto almeno decente in Italia se il luogo le impone rigidità, incertezze organizzative e costi de-competitivi. Per nostra fortuna, invece che andarsene  ha deciso di restare ed investire in nuove iniziative, per esempio il turbo in alluminio per i motori Alfa di nuova generazione ad Avellino. Ma a  condizione di poter  fare contratti con i lavoratori in base alla specificità della situazione interna al gruppo, entro le leggi ovviamente, senza che logiche ideologiche o troppo esterne interferiscano. Nel settore auto  l’efficienza deve essere massima perché la concorrenza globale è feroce. Per sopravvivere, un’azienda deve far  funzionare tutto come un orologio e questo deve essere riconfigurabile velocemente in base alle circostanze. Evidentemente la Fiat ha percepito che lo stare in Confindustria, dopo che questa ha riconfermato la volontà di fare contratti nazionali pur il governo avendo avviato una possibilità di deroga, non le permetteva tale libertà. Comprensibile: non può perdere tempo con sindacalisti non-specifici e criteri troppo larghi, cioè con il mondo che fu quando il mercato internazionale era meno pressante. Cosa potrà succedere, ora? Un’aziende che compete ha l’interesse, anzi la necessità, di trasformare il più possibile i costi fissi in variabili e, appunto, ad organizzarsi come un orologio evolutivo. Le rappresentanze dei lavoratori e dell’azienda definiranno regole e compromessi specifici. Gli esempi sono quelli del sindacalismo aziendale negli Usa  dove, semplificando, in tempi di vacche magre tutti stringono la cinghia e in quelli buoni ci sono dei premi. Semplice e realistico. In conclusione segnalo che più flessibilità e contrattazione aziendale è la ricetta per disincentivare le aziende collocate in territori a costi sistemici elevati a delocalizzare. Per questo la secessione della Fiat dai contratti nazionali è in linea con l’interesse generale italiano. di Carlo Pelanda www.carlopelanda.com