L'editoriale

Il Prof, un candidato di panna montata

Andrea Tempestini

Ci spiace dirlo, ma Mario Monti si è rivelato un professore di panna montata. Un tecnico supponente, sordo ad ogni suggerimento, sensibile alle critiche, ma in negativo. Un premier permaloso, come forse lo era stato solo un suo predecessore di nome Romano Prodi. La sintesi sta tutta nelle due parole che dice di aver pronunciato al capo dello stato rassegnando il mandato:  missione compiuta.  L’ex rettore della Bocconi ieri  nella conferenza stampa si è attribuito  il merito   di aver salvato l’Italia,  di averla strappata al sicuro fallimento, facendo ciò che le forze politiche  non erano in grado di fare, paralizzate com’erano dalle liti e dai propri interessi. Ma in che cosa consiste questo salvataggio? Come può essere riassunta la missione compiuta di cui ha parlato il premier? Il solo modo è rappresentato dai numeri, i quali riepilogano la vita delle persone e la salute dell’economia di un paese. E le cifre purtroppo sono impietose. La disoccupazione è salita, superando l’11 per cento e avvicinandosi secondo le stime dell’anno venturo ad un pericoloso 12 per cento. Il debito pubblico ha continuato a crescere, sfondando il tetto del 2 mila miliardi. La pressione fiscale ha raggiunto livelli mai visti prima, che ci collocano al vertice della lista dei paesi più tassati del mondo. Nonostante le misure da stato di polizia tributaria, l’evasione fiscale è aumentata (fonte Nens). Le sole cose diminuite in questi dodici mesi sono la Produzione industriale (sintomo che le aziende lavorano di meno), i consumi delle famiglie (segno che la gente ha meno soldi da spendere), i depositi bancari (indice che c’è chi sta dando fondo ai propri risparmi) e le compravendite immobiliari (altra prova della mancanza di liquidità oltre che di fiducia): tutti fattori che ci svelano la realtà, ossia che l’economia non gira, il denaro non c’è e gli italiani stanno peggio di prima. È questa la missione compiuta di cui si fa vanto il presidente del consiglio uscente? È questo il brillante risultato di cui ieri è parso congratularsi con se stesso? Certo, Monti ha fatto qualche cosa di bene, in particolare la riforma previdenziale che la sinistra impediva da quasi vent’anni di portare a compimento, arrivando al punto di smontare ciò che di buono era stato fatto dai governi di centrodestra, ed è una riforma passata con i voti dei moderati. Tuttavia il prosieguo dei tecnici è una massima delusione. A cominciare dalla riforma del lavoro, che con la maggioranza ampia di cui disponevano i professori avrebbe potuto essere seria e invece è stata stravolta per piegarsi ai diktat della Cgil.  Ieri il presidente del Consiglio ha spiegato che il bene del Paese lo si fa se non si pensa al facile consenso e ai voti, ma ai giovani e al futuro. Eppure lui per primo, pur godendo di  un vasto appoggio nel Paese e di un enorme  supporto in Europa, pur potendo far leva sulla paura di un fallimento dell’Italia e sull’approvazione piena del capo dello Stato, non ha avuto il coraggio di portare fino in fondo l’azione riformatrice del suo esecutivo, presentando una legge per l’impiego scarsa e pasticciata. Se un tecnico che dice di non avere personali tornaconti e nessuna ambizione politica non trova forza e la volontà di sfidare i veti della sinistra più retrograda, di chi è la colpa? Della politica o della debolezza di un governo nato all’ombra dei poteri forti dai quali non è riuscito a emanciparsi neppure nell’ora in cui si richiedeva  un’azione liberalizzatrice? Mario Monti nel suo discorso di fine anno e di fine corsa ha cercato di nascondere i propri insuccessi dietro al Cavaliere, cercando il bersaglio facile di un nemico capace di unificare tutta la sinistra e una parte del centro. Purtroppo per lui se c’era una sola possibilità di una sua permanenza a palazzo Chigi, questa passava dall’unificazione delle forze moderate e non nella loro divisione. Il presidente del consiglio invece di cercare l’intesa ha al contrario preferito la rottura e la polemica, sperando in tal modo di non perdere l’appoggio della stampa amica che ha contrassegnato la sua stagione di governo.  Non a caso, con una certa dose di scortesia istituzionale, egli ha fatto precedere la conferenza stampa con i giornalisti italiani e stranieri da un’intervista a la Repubblica e al suo ex direttore. In essa il premier  apre a sinistra e corteggia Bersani, che vorrebbe separare da Nichi Vendola. Ma nel dettare la sua agenda di governo, ovvero le cose urgenti da fare nella prossima legislatura, molte delle quali condivisibili, l’ex rettore pare dimenticare che gran parte di quei punti sono parte di un programma che sarebbe perfetto per una coalizione moderata. Se in Italia quelle riforme ad oggi non sono attuate, così come non lo era fino a un anno fa la legge sulla previdenza, lo si deve alla sinistra. Ai Fassina, alle Camusso, ai Nichi Vendola, cioè a tutto quel mondo che ruota intorno a Bersani. Come pensa di vararle Monti quelle misure? Dando vita a un nuovo centro sinistra, come nei bei tempi andati? Come pensa di convincere la Cgil a rinunciare all’articolo 18, il governatore Crocetta all’assistenzialismo in Sicilia, Casini e Fini al clientelismo nella pubblica amministrazione? Lui che vuole una riforma liberale, crede davvero che quelli elencati siano gli ideali compagni di viaggio per arrivare alla metà? La verità e che dopo un anno di Monti,  di tagli immaginari alla spesa pubblica e di tasse vere sui redditi dei contribuenti  onesti, possiamo solo concludere che il governo tecnico si è dimostrato un’esperienza velleitaria, ricca di buoni propositi ma scarsa di risultati. Un po’ come Monti: il candidato che vorrebbe candidarsi ma che non essendo riuscito a trovare il coraggio di chiedere agli italiani un giudizio sul proprio operato, ora spera che a sinistra qualcuno lo premi, concedendogli un bis. di Maurizio Belpietro