L'editoriale

L'Europa licenzia Monti

Andrea Tempestini

di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet Un lettore di Bologna mi rimprovera perché a suo dire sarei troppo severo con il professor Monti. Mi scrive:  «Che male le ha fatto? Non può addebitargli tutti i guasti di cinquant’anni di cattiva Repubblica: il premier ha cercato di metterci una pezza, ma sta lì solo da 15 mesi: gli dia tempo». Il lettore ha ragione. Non è colpa del presidente del Consiglio se abbiamo più di 2 mila miliardi di debiti. Né si può addebitare a lui se in Sicilia abbiamo più forestali che foreste e a Palermo più portantini che malati da portare. Il disastro della pubblica amministrazione è un’eredità del passato di cui dobbiamo ringraziare governi di centro, di sinistra e di destra; esecutivi nati dalle convergenze parallele e dalle emergenze nazionali oppure semplicemente destinati ad affrontare periodi balneari.  Lungi da me dunque ritenere Mario Monti la causa di tutti i mali, assolvendo chi è venuto prima di lui. Però mi sia consentito di dire che, a differenza dei suoi predecessori, Mario Monti ha avuto un’occasione straordinaria che non era mai capitata a nessun altro prima di lui nella storia repubblicana. Né a Giuliano Amato né a Carlo Azeglio Ciampi, due presidenti del Consiglio che furono nominati in un momento difficile del Paese e ai quali, se non si  affidarono  poteri straordinari, sicuramente furono consentite decisioni fuori del comune, come ad esempio la tassazione notturna dei conti correnti messa a segno dall’ex delfino di Craxi. Quando l’ex rettore della Bocconi prese il posto di Silvio Berlusconi aveva dalla sua un consenso che nessun presidente del Consiglio ha mai avuto. Non il Cavaliere, che fin dal suo primo giorno ha potuto contare solo sull’appoggio di metà Paese, avendo contro l’altra. Non Prodi, anch’esso avversato dagli elettori di centrodestra. E questo per restare solo agli ultimi, ma volendo ricordare il passato si potrebbe dire altrettanto.  Al contrario, Monti ha avuto subito plauso e stima universali. Gli italiani che hanno in odio Berlusconi lo hanno visto come il Salvatore, mentre i seguaci del Cavaliere comunque lo hanno giudicato più vicino al centrodestra che alla sinistra. Appena arrivato, il professore ha potuto contare, oltre che sul consenso degli italiani e della stampa al gran completo, anche sulle paure dei partiti, i quali sentendo il peso delle misure da prendere per mettere in sicurezza i conti, hanno rinunciato a qualsiasi obiezione, cercando di far dimenticare le proprie responsabilità. Intimoriti dalla situazione, i leader della strana maggioranza sulla quale Monti poteva contare avrebbero approvato qualsiasi cosa, anche il loro licenziamento. Non è tutto: il presidente del Consiglio aveva altri due sponsor formidabili, dei quali mai nessun premier ha potuto avvalersi con tanta certezza. Il capo dello Stato e l’Unione Europea, nelle persone dei suoi massimi rappresentanti, non solo erano favorevoli a Monti, ma erano pronti a sostenerlo con parole e opere. Leggi, decreti, endorsement, manifestazioni internazionali di stima e apprezzamento: mai un presidente del Consiglio italiano ha potuto farsi forza di tanti appoggi e di tante condizioni favorevoli. E il risultato dell’enorme sostegno qual è stato? Che cosa ha partorito la montagna del governo tecnico? Un topolino. Tracciando un bilancio di 15 mesi vissuti a colpi di decreti e fiducie, dobbiamo riconoscere al professore di aver varato una riforma delle pensioni attesa da vent’anni, ma di avere anche sbagliato i conti, dimenticando in un limbo fatto di mancata pensione e mancato stipendio qualche centinaio di migliaia di lavoratori. Per quanto riguarda poi la legge sul mercato del lavoro, il compromesso è stato tale che sono state licenziate delle norme peggiori di quelle che si sono volute cambiare. Tralascio il resto delle misure approvate dall’esecutivo nel corso del 2012: da un’indagine condotta dal Sole 24 Ore risulta che la maggioranza delle riforme manca delle norme attuative e, su 284 provvedimenti, per 95 sono già scaduti i termini. Insomma, le tanto annunciate leggi che avrebbero dovuto cambiare l’Italia sono finite su un binario morto. I risultati sono a questo punto sotto gli occhi di tutti. Ieri la Ue ha diffuso le previsioni per l’anno in corso e per quello venturo. La disoccupazione nel 2013 salirà di un punto percentuale e nel 2014 supererà il 12 per cento, il che significa circa mille disoccupati in più al giorno nei prossimi due anni. Il Pil, cioè il termometro che misura la crescita della nostra economia, scenderà ancora dell’uno per cento, dopo il 3 dell’anno scorso, e forse solo nei dodici mesi successivi recupererà uno zero virgola. Si aggiunga a questo che l’anno passato il rapporto debito/Pil,  cioè l’indicatore che segnala la nostra capacità di ripagare i debiti, è peggiorato di sette punti, un record nella storia repubblicana, mentre il debito dello Stato è salito di 104 miliardi: peggio aveva fatto solo Amato, ma a causa della svalutazione della lira. In pratica, se si traccia un bilancio del professore tenendo conto delle circostanze favorevoli che dovevano consentirgli di fare bene, se ne conclude che quasi nulla è andato per il verso giusto. Siamo più poveri e più tassati, continuiamo a sprecare tanto e ci siamo pure bruciati la reputazione dei tecnici, con il risultato che rischiamo di finire nelle fauci di Grillo. E io cosa dovrei fare? Tessere le lodi di Monti? No, caro lettore. Questo non me lo può chiedere. Ho tante colpe e non voglio aggiungere anche questa.