L'editoriale

I diritti dei parlamentari devono valere per tutti

Giulio Bucchi

di Maurizio Belpietro Premessa:  non ho nulla contro i gay. Anzi, alcuni tra i miei più cari amici sono gay e, se toccasse a me, avrei fatto da un pezzo una legge che in qualche modo li garantisca. Non capisco infatti perché a un omosessuale non sia consentito di assistere, come fosse un parente,  il proprio partner in ospedale. O perché un uomo (o una donna) non possa lasciare il suo patrimonio in eredità a un altro uomo (o donna) con cui ha condiviso tutta la vita o anche solo un pezzo. Insomma, pur senza equipararle al matrimonio, anche perché temo che finirebbero per apparirne una parodia, io varerei subito le unioni civili ossia una specie di atto che riconosca alle coppie gay alcuni diritti già assicurati alle coppie eterosessuali, anche se sono contrario alle adozioni. Precisato dunque che non ho alcun sentimento omofobo, posso dire che la misura approvata ieri dagli uffici di presidenza della Camera, che estende l’assistenza sanitaria degli onorevoli a persone conviventi dello stesso sesso, non mi piace? Ribadisco non ce l’ho con i gay, semmai ce l’ho con i parlamentari che per se stessi dispongono ciò che agli altri negano. Ma come? Da tempo si discute di trovare una qualche forma per risolvere alcuni problemi pratici che impediscono agli omosessuali di avere gli stessi vantaggi degli eterosessuali e gli onorevoli che fanno? Invece di discuterne e stabilire se sia giusto o meno equiparare gli uni agli altri con apposita legge, la Casta si fa gli affari suoi e estende l’assistenza sanitaria anche al convivente dello stesso sesso. Come dire: per noi le coppie gay vanno bene, per gli italiani no. O, certo, immagino le giustificazioni. Ma la nostra è una mutua privata non un servizio pubblico. Se altre mutue private vogliono seguire il nostro esempio ed estendere i diritti garantiti agli associati anche alle persone omosessuali lo possono fare. A parte il fatto che la mutua privata della Camera è privata con i soldi degli italiani, perché il servizio è pagato con quello che Montecitorio eroga ai parlamentari e non escludo che se poi alla fine i conti non tornano a ripianarli ci pensi Pantalone. Ma non è questo il  punto. E non riguarda neppure quali servizi eroga la mutua degli onorevoli, se cioè assicura il rimborso delle cure termali, di quelle dentistiche o degli interventi nelle migliori cliniche private italiane ed estere: questo è un argomento che trattiamo a parte nelle pagine interne, spiegando come funziona e quanto costa il servizio assistenza del Palazzo. No, il punto è: ma se i signori parlamentari sentono il bisogno di estendere un servizio anche ai conviventi gay, siano essi uomini o donne, e per se stessi varano un’apposita norma che consenta di curare le persone delle stesso sesso, perché non si sono mossi prima per garantire agli italiani di godere di analogo diritto? Uno si aspetterebbe che dei rappresentanti del popolo prima che per se stessi lavorassero appunto per il popolo e dunque, una volta individuato un problema, si dessero da fare per intervenire sollecitamente e risolverlo. E invece no. Accade che i rappresentanti della Casta fanno le leggi per se stessi, mentre gli italiani si attaccano. Era già successo in passato, quando sempre a proposito di assistenza sanitaria i diritti erano stati estesi alle coppie conviventi e non sposate. Anche in quell’occasione qualcuno si era permesso di far notare che in questo modo si riconoscevano le unioni civili, mentre ai normali cittadini si negava il diritto di vederle riconosciute.  Le reazioni in quel caso furono di difesa delle prerogative parlamentari. Quasi che si trattasse di un affare privato, di una questione inerente al funzionamento stesso del Palazzo. Ma in realtà ciò che accade a Montecitorio riguarda l’intero Paese, perché gli onorevoli dovrebbero essere d’esempio e la Camera è una istituzione. Ma che razza di esempio è un ufficio di presidenza che si fa gli affari suoi senza pensare prima a quello dei cittadini? Qui la questione non è tanto economica - che pure c’è e non è di poco conto - ma di principio. I princìpi valgono per tutti, non solo per la Casta. I princìpi non si decidono nel segreto di stanze chiuse, tenendoseli per sé, ma sono patrimonio di ogni italiano. Se il Parlamento ritiene che le coppie gay debbano avere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali lo deve dire. Se invece ritiene che le coppie gay debbano stare un gradino sotto alle altre se ne deve assumere la responsabilità, facendo rispettare la regola anche dentro il Palazzo. Altrimenti i signori deputati appaiono come tanti marchesi del Grillo, pronti a dire: noi siamo noi e voi non siete un cazzo.