L'editoriale

Un Paese normale non avrebbe processato il Cav

Andrea Tempestini

Che razza di giustizia è quella che condanna un ex presidente del Consiglio a sette anni di carcere per una telefonata e una supposta induzione alla prostituzione di una minorenne, mentre dà a uno zio che confessa (non creduto) di aver strangolato la nipote in un raptus sessuale, seppellendone poi il cadavere in fondo a un pozzo, soli dodici mesi in più? Ma che proporzione esiste tra una presunta pressione su un funzionario di polizia affinché, senza violare la legge, non trattenga in questura una diciassettenne priva di documenti e l’assassinio di una ignara ragazza che si reca all’università e viene colpita da un colpo di pistola sparato, per divertimento o per provare l’emozione di ammazzare qualcuno, da due coetanei? Alla prima domanda la risposta è semplice: siamo di fronte alla giustizia all’italiana. Alla seconda, è ancora più facile: non c’è proporzione, perché i due reati sono puniti allo stesso modo, con sei anni di carcere. Oh, certo, di fronte all’incongruenza di pene che condannano allo stesso modo assassini rei confessi e un presunto colpevole di una telefonata alla polizia, i giudici rispondono che non è affar loro stabilire la congruità delle diverse condanne. Loro si limitano ad applicare la legge e se questa fissa un certo numero di anni per un determinato reato, giusta o sbagliata che sia la legge, non sono stati loro a farla, ma i politici. E questa forse è l’unica verità della faccenda che vede coinvolto Silvio Berlusconi: se oggi i magistrati lo impiccano è perché qualcuno in Parlamento gli ha fornito la corda, offrendo loro una norma, evitando di sbarrare la strada di indagini ad alto rischio politico. Sarebbe bastato il ripristino di un articolo della Costituzione, una Carta giudicata la più bella e intoccabile del mondo, che però qualcuno vent’anni fa si è incaricato di amputare della parte che tutelava le istituzioni e impediva processi a senso unico. La discrezionalità delle condanne, la volubilità della concessione di attenuanti, la possibilità delle discriminanti in tal caso non ci sarebbero state più. E la condanna non avrebbe potuto essere più severa di quella chiesta dal pm, semplicemente perché il processo, che non doveva iniziare,   non sarebbe iniziato. Invece le cose non sono andate in questo modo e la trappola è potuta scattare senza che nessuno la fermasse, senza che nessuno impedisse che una sentenza per una telefonata fosse più dura di quella per un assassinio. Certo, fossimo in presenza di una chiamata in questura da parte del presidente del Consiglio per richiedere una semplice attenzione nei confronti di una persona fermata perché senza documenti, tutti capiremmo l’enorme sproporzione della pena.  Ma in questo caso si è aggiunta l’induzione alla prostituzione minorile, cioè un reato infamante, che ha reso tutta la storia più equivoca e pruriginosa, trasformando Berlusconi in un puttaniere. Non importa che la vittima dichiari di non essere stata indotta a prostituirsi, basta l’insieme sgradevole di potere, soldi, sesso e il gioco di fronte all’opinione pubblica mondiale è fatto, la condanna è certa, la reputazione definitivamente compromessa. Nessuno avrebbe accettato una sentenza pesantissima nei confronti di un capo di governo che chiama la questura. Nessuno capirebbe perché un premier non possa sentire un funzionario di polizia per segnalargli un problema. Ma un presidente che telefona per far liberare una ragazzina con cui è andato a letto è una faccenda diversa, che imbarazza anche i più garantisti e convince anche i più deboli moralisti.  Così il Cavaliere può essere condannato come zio Michele o come Scattone. Lui non ha ucciso, ma lo si può uccidere, almeno politicamente. È la giustizia italiana, bellezza. E occhio a non scriverne male, ché altrimenti si rischia una condanna per diffamazione e molti bigliettoni di risarcimento. Perché i giudici sono al di sopra delle parti. Sono al di sopra della politica. Intoccabili e infallibili. Anche quando condannano per una telefonata l’uomo che ha cercato di riformarli, dandogli una pena più o meno simile a quella che tocca a un assassino. E la chiamano democrazia. P.S. Non so cosa succederà ora al governo. Se Berlusconi lo farà cadere o se Enrico Letta riuscirà a sopravvivere. È certo però che le larghe intese sono morte e sepolte. L’aria che tira per l’esecutivo è pessima. Forse il premier tirerà a campare, con il risultato che agli italiani toccherà tirare ancora un po’ la cinghia. Magari non ci sarà l’aumento dell’Iva, ma a Palazzo Chigi troveranno il modo di aumentarci qualcosa d’altro. Di certo non il reddito. di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet