L'editoriale

Il ministro annuncia tagli, ma saranno altre tasse

Giulio Bucchi

Non conosco Fabrizio Saccomanni, ma chi ha avuto occasione di frequentarlo mi assicura che trattasi di persona seria. Per questo ieri sono rimasto sorpreso nel leggere la sua intervista al Corriere della Sera. Il ministro dell’Economia ad Antonella Baccaro ha confidato il «suo piano per tagliare le spese» o per lo meno questa era la promessa contenuta nel titolo del quotidiano di via Solferino. In realtà, leggendo il resoconto del lungo colloquio, non si trovava traccia di alcun piano, ma solo di una generica volontà di eliminare gli sprechi di denaro pubblico. Il responsabile dei conti dello Stato annunciava nientepopodimeno che l’intenzione  di riconvocare il comitato interministeriale per il controllo della spesa e - udite, udite - il fermo proponimento di nominare un commissario straordinario. In pratica, niente di nuovo sotto il sole.  Negli ultimi anni non c’è infatti stato governo che fin dal suo insediamento non abbia manifestato il convincimento che fosse indispensabile armarsi di forbici e potare le spese dello Stato. Peccato che alle promesse non sia seguito alcun fatto e che al contrario le uscite senza copertura abbiano continuato a crescere, tanto da richiedere ogni anno delle manovre correttive. Il governo che ha preceduto l’attuale, vale a dire il gabinetto Monti, per convincerci che avrebbe fatto sul serio nominò addirittura un sottosegretario nella persona del professor Giarda, un docente che ha passato gli ultimi decenni a studiare la spesa pubblica. Risultato: nonostante tanto studio non siamo pervenuti a nessuna conclusione. Non meglio è andata con Enrico Bondi, manager privato con una fama consolidata di tagliatore di spese. Il commissario straordinario agli sprechi dopo pochi mesi si arrese alle elezioni, venendo dirottato alla selezione dei candidati della lista Monti, con zero risparmi per i contribuenti. Adesso Saccomanni pare voler riprovare, ma le premesse non inducono a nutrire grandi speranze: più facile che alla fine invece di cancellare le spese inutili ci tocchi pagare uno stipendio in più, ovvero quello del commissario. Del resto, perfino il ministro non sembra fiducioso di portare a casa qualcosa, al punto che dopo aver promesso una lotta senza quartiere a chi butta il denaro pubblico dalla finestra, il responsabile dell’Economia annuncia che il suo non sarà un lavoro facile, precisando che nessuno deve farsi illusioni, perché non ci sono spese misteriose, né è possibile ridurle del 10 per cento con un tratto di penna. Prepariamoci dunque ad ascoltare nei prossimi mesi tante buone intenzioni e molti impegni formali, ma nessun taglio sostanziale. Già qui ci sarebbe da dire, perché Saccomanni non è arrivato ieri ma da due mesi e dunque non essendo digiuno della materia (prima di diventare ministro ha passato una vita in Banca d’Italia a studiare i conti dello Stato) da lui più che annunci ci si aspetterebbero decisioni. Ma tant’è.  A suscitare in me perplessità non sono state però le parole deludenti dell’uomo che dovrebbe ridurci le tasse. Le sue promesse su come finanziare l’abolizione dell’Imu e il mancato aumento dell’Iva per ora sono acqua fresca, ma fin qui siamo nella norma: quando c’è da tagliare non si trova mai nessuno disposto a farlo perché ogni taglio suscita proteste. No, a farmi dubitare della serietà del ministro non è stata la pochezza dello sbandierato piano per ridurre le spese, ma un’altra sua frase.  Quella in cui rispondendo alla giornalista del «Corriere» Saccomanni spiega il rinvio dell’Iva, giustificando le misure che costringono il contribuente a versare un acconto Irpef che non è un acconto ma un saldo e le aziende a pagare più del 100 per cento di Ires e Irap. Per il capo di via XX settembre, dove hanno sede gli uffici dell’Economia, si tratterebbe di un prestito soft che i contribuenti fanno allo Stato. Prestito? Soft? Ma allora perché non chiamiamo le rapine prelievi involontari e  gli espropri contribuzioni sociali? Gli scippi potremmo poi definirli redistribuzione del reddito, in fondo si tratta di gente che non ha soldi e cerca solo la via più breve per trovarli.  Insomma, il ministro sarà un tecnico competente e anche una brava persona, ma non si capisce questa sua attitudine a minimizzare e a chiamare le cose con nomi diversi da quelli che dovrebbero essere usati. Come abbiamo spiegato nei giorni scorsi il rinvio dell’Iva pagato dall’anticipo dell’Irpef è un modo per far finta di aver risolto un problema, ma in realtà si tratta del classico gioco delle tre tasse, dove a perdere non è mai chi tiene il mazzo ma solo il contribuente. Tolta una tassa, ne arriva un’altra. E allora è inutile prenderci in giro. Pagare le imposte prima del dovuto non è un prestito soft, ma la solita rapina. A meno che per il ministro due miliardi e mezzo che le imprese dovranno versargli in anticipo li consideri bruscolini. Al che avremmo capito tutto. di Maurizio Belpietro