L'editoriale

Il bluff del rottamatore

Nicoletta Orlandi Posti

Matteo Renzi è un tipo svelto di parole, talmente svelto che spesso dimentica di averle dette. Così capita di sentirgli dire il contrario di ciò che ha sostenuto in precedenza. Se ad aprile giudicava impossibile una sua candidatura a segretario del Pd perché avrebbe voluto dire avere in mano la vita e la morte di Letta (lo ha scritto nel suo libro), ad agosto l’idea di guidare il partito e poter decidere il destino del presidente del Consiglio gli sembrava non solo possibile ma addirittura augurabile. E se a novembre dello scorso anno, dopo essere stato sconfitto alle primarie da Bersani, giurava che sarebbe ritornato a fare il sindaco di Firenze  («Ho 38 anni, posso aspettare»), dopo pochi mesi si preparava a guidare i compagni e di conseguenza il governo. Insomma, oltre a rottamare chi lo ha preceduto, Renzi rottama spesso anche ciò che ha sostenuto, a seconda della convenienza. L’anno scorso se la prese con lo statuto che assegnava al segretario il compito di sfidare gli avversari alle elezioni politiche e pretese le primarie, ora difende il regolamento perché fissa il congresso di partito al 7 novembre, cioè quando vuole lui. Gianfranco Rotondi l’ha pizzicato anche sulla sua militanza nella Dc: inesistente secondo il sindaco ma in realtà documentata addirittura dai giornalini scolastici secondo l’ex ministro. «Era un delegato giovanile della Dc e poi del Partito popolare», ha detto ai microfoni di Un giorno da Pecora, «Allora voleva rottamare Forlani, adesso Bersani». Ma più che le contraddizioni quotidiane, di Matteo stupisce un altro aspetto: gli attriti con il suo elettorato e con la realtà. Secondo Renato Mannheimer, che gli ha dedicato un sondaggio, il popolo del Pd è pronto a votarlo in massa: si parla dell’80 per cento, ma alla fine potrebbe essere di più. Un consenso che ha conquistato nelle feste dell’Unità e girando l’Italia. Eppure, nonostante la forte popolarità, pochi sanno che cosa vuole fare, al punto che Bersani gli ha rimproverato di non dire quale idea di partito e sviluppo abbia in testa. In realtà non è vero che non lo dice: per parlare Renzi parla, forse perfino troppo, ma pochi gli chiedono conto di ciò che promette. Un esempio. L’altra sera a Porta a Porta Bruno Vespa gli ha chiesto dove avrebbe trovato i soldi per ridurre di 4-5 miliardi il cuneo fiscale. Il sindaco si è un po’ arrampicato sugli specchi e poi se n’è uscito con la seguente frase: «Toglierei la cassa integrazione straordinaria alle aziende che sono morte e che non hanno nessuna possibilità di risorgere». Bravo, bella idea, in linea con quelle liberiste del professor Francesco Giavazzi. Peccato che togliere la cig  straordinaria significa togliere l’assegno a tutti quei lavoratori in mobilità che lo percepiscono, trasformandoli immediatamente in disoccupati: invece di 1,8 milioni i posti di lavoro persi salirebbero immediatamente a 2,5 milioni. La cosa può andar bene agli ultra liberisti, secondo i quali le aziende decotte non devono stare sul mercato perché distorcono le regole della concorrenza, ma probabilmente non va bene a chi perderebbe il posto di lavoro: lo sanno gli elettori del Pd che vogliono votare Renzi? Sempre l’altra sera, nel salotto della «terza Camera», per correggere un po’ il tiro, dopo la cassa integrazione ha parlato di pensioni. Secondo lui sarebbe sufficiente intervenire su quelle d’oro e si troverebbero senza fatica 12 miliardi da mettere a disposizione del Paese per tagliare le tasse e rilanciare l’economia. L’idea deve averla partorita il suo consigliere economico, il deputato Pd Yoram Gutgeld, il quale però in un’intervista a ItaliaOggi si è mostrato più cauto, parlando di 3-4 miliardi. In sostanza il piano sarebbe questo: tartassare con una patrimoniale tutti quelli che percepiscono dall’Inps un ricco assegno. Ma cosa vuol dire ricco? Secondo Renzi tutti quelli che incassano una pensione superiore ai 3 mila e cinquecento euro. E quanti sono i fortunati? Secondo il sindaco circa mezzo milione. In realtà, in base ai dati Inps, la cifra si riferisce alla pensione lorda, quindi vuol dire che Renzi vuol tassare con una patrimoniale chi riceve dall’Inps 2 mila euro circa, togliendogli, per arrivare a una cifra di 12 miliardi, un terzo del vitalizio. Lo sanno i pensionati che dicono di voler votare il primo cittadino di Firenze? E, cosa più importante, lo sa il candidato segretario che l’idea di un prelievo sulle pensioni «ricche» è già stata bocciata dalla Corte costituzionale per mancanza di equità con i redditi percepiti da chi ancora lavora? Non è finita. Sempre su ItaliaOggi l’autore della «Renzinomics» Gutgeld sostiene che si devono privatizzare le partecipazioni pubbliche nelle aziende strategiche e tra queste cita le Poste. Bella idea, molto liberista. Ma chi lo dice ai postini che da ora in poi non saranno più dipendenti pubblici, ma dipendenti privati e dunque soggetti a ristrutturazioni, trasferimenti nonché a licenziamenti? E chi spiega all’elettorato Pd e della sinistra che Renzi è favorevole ai termovalorizzatori e ai rigassificatori e a tutto ciò che serve per avere un’energia meno cara, cioè dice sì a quanto il Pd e la sinistra hanno sempre bocciato? Dicevamo prima che Renzi è un tipo svelto che dimentica spesso le sue stesse promesse. Ma forse c’è anche qualche suo aspirante elettore che è un po’ lento a capire in che direzione vanno le promesse del sindaco. E, cosa più grave, quanto siano difficili, se non impossibili da mantenere. di Maurizio Belpietro maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it @BelpietroTweet