L'editoriale

Buttiamo la costituzionee copiamo l'America

Maurizio Belpietro

Perfino Enrico Letta si è accorto che dopo 65 anni la nostra Costituzione ha bisogno di qualche ritocchino. Perché sarà anche vero,  come sostiene qualcuno, che porta bene la sua età ed è la più bella del mondo, ma il tempo passa per tutti e la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica non fa eccezione. Anzi:  le stagioni della prima e della seconda Repubblica hanno lasciato su di essa segni profondi che richiedono un intervento altrettanto profondo. Dice il presidente del Consiglio: la prima parte va bene così com’è, ma il bisturi va affondato nella seconda, in particolare là dove ci costringe a un bicameralismo perfetto.  Discorso in teoria condivisibile, che potremmo sottoscrivere a occhi chiusi. Il problema è che le correnti  più retrograde di quella sinistra da cui proviene il premier si sono sempre opposte ad ogni cambiamento e con il passare degli anni l’hanno trasformata in una bandiera. Anche adesso che pure sono evidenti le molte cose che non vanno e le forze politiche dovrebbero concordare tutte sull’esigenza di  cambiarle, intellettuali e sindacalisti hanno eretto intorno alla Costituzione un sarcofago per impedire che sia toccata. Di fatto la Carta degli italiani  è divenuta una vecchia e cara mummia in ostaggio  di una categoria politica, quella dei radical chic, persone che in politica hanno spesso dimostrato di essere solo radical choc, sbagliando tutte le cause a cui si sono immolati. Per altro la difesa a oltranza da essi  imposta in onore ai padri costituenti è pure in malafede, perché quella oggi imbalsamata e venerata dai progressisti di professione non è la carta del 1948, ma un’edizione riveduta e corretta.  Basti pensare che nel 2001 la parte riguardante le autonomie e i poteri delle Regioni è stata rimaneggiata per tentare di fare un piacere alla Lega. Erano tempi  in cui Massimo D’Alema corteggiava il Carroccio con l’intenzione di sganciarlo da Forza Italia e per raggiungere lo scopo gli ex comunisti non esitarono a gettare alle ortiche i sacri princìpi, riscrivendo male il titolo Quinto, cioè le competenze dello Stato e delle Regioni. Riforma pessima, che ha già provocato decine e decine di ricorsi alla Corte costituzionale, alla quale tocca di interpretare ciò che la politica non è stata in grado di spiegare. Ma tant’è: sta di fatto che il testo adorato da Zagrebelsky e Landini è un tarocco, un’opera d’arte a cui è stato fatto un pessimo rammendo.  Quella del titolo Quinto non è la sola parte apocrifa della Costituzione. Dal 1948 ad oggi la Carta ha subìto molti «ritocchini», venticinque dei quali solo nei suoi primi cinquant’anni. Dalle modalità di elezione di Camera e Senato al numero delle Regioni, dalla composizione della Corte Costituzionale ai poteri di scioglimento del capo dello Stato: ogni occasione era buona per rimaneggiare il testo.  In qualche caso si è provveduto ad abrogare interi articoli, in altri ad affidare alla magistratura ordinaria il giudizio sulle accuse ai ministri (prima se ne occupava la Corte costituzionale).   In tempi recenti, oltre alla modifica del titolo Quinto e l’abolizione del commissario di governo che aveva il compito di controllare ciò che facevano le Regioni (non lo avessero tolto, probabilmente ci saremmo risparmiati parecchie stupidaggini  e non avremmo bilanci che somigliano al gruviera), sono stati introdotti in Costituzione il giusto processo e il pareggio di bilancio.  Dunque, il sacro testo che ci spacciano per originale e di cui pretendono la rigorosa osservanza è un falso: ce lo vendono per buono ma è una copia e per di più malfatta. Non citeremo la quantità di persone che nel corso del tempo ne hanno denunciato il cattivo funzionamento (a cominciare da Indro Montanelli, al quale però si dava retta solo quando parlava male del Cavaliere, non quando faceva a pezzi la Carta e le scartine che la difendevano), descrivendola come il frutto di un compromesso fra forze politiche (la Dc e il Pci) che per paura l’una dell’altra si legarono vicendevolmente le mani.  Né, dopo anni trascorsi a sollecitare modifiche profonde alla parte che impedisce al governo di governare, chiederemo di cambiare in fretta  la seconda parte.  Alla fine infatti ci siamo convinti che ogni intervento rischia di peggiorare la situazione e da brutta che era (ci dispiace ma non siamo d’accordo con Benigni, il quale più che la Costituzione celebra la resistenza, cioè secondo lui i compagni), la nostra Costituzione rischia di diventare inguardabile.  Alla Carta su cui si fonda la nostra Repubblica non serve un ritocchino: c’è bisogno semmai di un trapianto. Anzi, la soluzione migliore sarebbe buttarla e sostituirla con un’altra presa a prestito da una vera democrazia tipo l’America. Del resto uno Statto che si dice fondato sul lavoro e dopo 65 anni ha 3 milioni di disoccupati dichiara sin dal suo primo articolo il proprio fallimento. Figuratevi gli altri.