L'editoriale

Monti, dalla Bocconi ai bocconcini (amari) di Empy

Andrea Tempestini

Chissà che ricordo resterà fra dieci anni di Mario Monti.  Per  usare le parole di uno dei più importanti imprenditori privati del Paese - che non è Berlusconi e non è berlusconiano - dell’ex rettore della Bocconi resterà un brutto ricordo. Di lui si dirà che le ha sbagliate tutte, in particolare nella sua materia: l’economia. La peggior manovra è la sua e neanche Letta è riuscito a superarla. Agli italiani chiese lacrime e sangue sotto forma di risparmi: in cambio promise di risanare i conti e di restituire prestigio all’Italia. A distanza di due anni non abbiamo né l’una né l’altra cosa. La luce in fondo al tunnel che l’ex premier disse di aver intravisto mesi dopo essersi insediato a Palazzo Chigi ad oggi continua ad essere un punto perso nell’infinito.  Tuttavia, se le ricette economiche che Monti ha messo in atto nei circa 18 mesi  in cui è stato al governo sono negative, ancor peggiori sono le strategie politiche che il professore ha tenuto a battesimo. Ricordate? Dopo aver sostenuto per mesi di non essere interessato ad alcun ruolo politico, ma di voler tornare alla sua cattedra appena conclusa la parentesi ai vertici delle istituzioni, Monti all’improvviso diede vita a un suo partito. «Salgo in politica», disse con tono trionfale, non nascondendo la polemica nei confronti di chi anni prima aveva deciso di «scendere in campo». Il tecnico che Giorgio Napolitano aveva scelto e imposto per gestire un delicato passaggio della vita del nostro Paese era convinto di avere dietro di sé  un grande consenso. Candidandosi pensava di raccogliere, oltre al plauso dei tecnocrati di Bruxelles e delle cancellerie europee, anche quello degli italiani. Come si è scoperto il 26 febbraio, non solo Monti aveva sbagliato i conti della finanziaria (Pil in caduta, debito alle stelle), ma aveva clamorosamente fallito anche quelli elettorali. Altro che venti per cento, come con sprezzo del ridicolo gli veniva accreditato: una volta aperte le urne, Scelta civica fu stimata intorno al sei per cento e gran parte dei voti risultò sottratta all’Udc, cioè al suo principale alleato.  L’ambizione e la presunzione avevano giocato un brutto scherzo  al professore. L’appoggio dei giornaloni  - che lo avevano osannato ancor prima  che mettesse piede a Palazzo Chigi e che nei primi mesi  da premier lo avevano ricoperto di saliva - aveva ingigantito il suo complesso di superiorità, impedendogli di valutare i rischi della sua «salita in politica». Colui che si considerava un irrinunciabile goleador  si ritrovò all’improvviso in panchina e neppure in quella di prima fila. Devono essere stati giorni difficili per il professore. Dalle luci della ribalta, al buio di un ribaltone. Monti provò a trovare una via d’uscita per restare a galla dopo l’affondamento del suo progetto, ma tutte le strade gli furono sbarrate. Prima pensò di cedere ad interim a un ministro il posto di presidente del Consiglio per farsi nominare presidente del Senato, ma il capo dello Stato bocciò senza appello la balzana idea. Poi provò a scambiare il voto di Scelta civica a favore di Renato Schifani per lo scranno più alto di Palazzo Madama con il sostegno del Pdl alla sua candidatura al Colle. Quindi - come ha rivelato recentemente Romano Prodi tramite portavoce - tentò di barattare il suo appoggio alla candidatura di Mortadella per il Quirinale con la promessa di un reincarico alla guida del governo.  Fallita ogni mossa per occupare una poltrona di prestigio, l’ex rettore pare fosse stato tentato di prendersi quella di presidente della Commissione esteri del Senato, ma l’incarico era già stato promesso a Pier Ferdinando Casini, il quale non si dimostrò affatto disposto a cedere il passo. L’affannosa ricerca di un ruolo di prestigio per evitare di essere archiviato paradossalmente ha affrettato la sua uscita di scena. A poco a poco gli alleati lo hanno abbandonato e i fedelissimi si sono allontanati. Si spiegano così le improvvise dimissioni dalla presidenza di Scelta civica, il partito che doveva se non cambiare il mondo almeno l’Italia. E si spiegano così le stizzite dichiarazioni rese in questi giorni dal professore. Non tanto quelle contro il leader dell’Udc e il ministro della Difesa: essendo i due che gli hanno scavato la fossa non si poteva certo aspettare che li ringraziasse. No, sono le parole rabbiose riservate alla conduttrice de Le invasioni barbariche che dimostrano quanto l’ex premier sia amareggiato e anche sconfitto. Monti infatti se l’è presa con Daria Bignardi per la famosa scenetta elettorale del cagnolino adottato in diretta tv. «È stata scorretta», ha detto di lei. Consegnandogli sotto l’occhio delle telecamere il barboncino,  la signorina lo avrebbe attirato in un tranello. Persa ogni poltrona e rimastogli Empy.  Forse l’ex tecnico teme di dover portare ai giardinetti il grazioso animale. Dalla Bocconi ai bocconcini Chappi. di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet