Caos alle nostre porte

Libia, Haftar marcia su Tripoli: guerra civile. Perché l'Italia deve sperare in un nuovo Gheddafi

Giulio Bucchi

Ciò che accade in Libia, col generale Khalifa Haftar alla conquista di Tripoli, dimostra ciò che si capiva da due anni, che cioè l' Italia, fin dall' esecutivo a guida PD, ha puntato sul "cavallo" più debole nella guerra civile libica, ossia il malfermo governo del primo ministro Fayez Serraj, spesso incapace persino di controllare la stessa capitale Tripoli. Al contrario Haftar, capo delle forze fedeli al parlamento di Tobruk, ha stabilizzato la Cirenaica, cioè la costa nordorientale, accreditandosi presso potenze come Francia, Russia, Egitto, Emirati Arabi, per poi conquistare il Fezzan, l' entroterra desertico, aggirando da Sud gli striminziti territori delle milizie di Serraj. Ora ecco la morsa finale. Ha proclamato ieri sera il generale: «Oggi faremo tremare la terra sotto i piedi dei tiranni che hanno aumentato la corruzione». Inneggiando alla «liberazione di Tripoli» e chiedendo «agli abitanti di mostrare bandiera bianca», ordina ai suoi: «Non sparate se non solo a quelli che portano le armi». Così rompe gli indugi a pochi giorni dalla prevista, ormai vana, conferenza di pace di Gadames del 14-16 aprile, agognata dal mediatore Onu Ghassan Salamé. Dalla notte fra mercoledì e giovedì le truppe di Haftar muovevano su Garian, città a 100 km a Sud di Tripoli, spingendo Serraj a dichiarare lo «stato di allerta». Ieri le truppe del Libyan National Army di Haftar sono entrate a Garian, pare «con una calorosa accoglienza degli abitanti». L' esercito ha subito affidato la città a un nuovo sindaco. Un passaggio di poteri civili per dare un messaggio di stabilizzazione. Serraj e i suoi stanno mobilitando le milizie di Zintan e Misurata, per sbarrare la strada al nemico. Ma la sproporzione è ampia. Le milizie tripolitane assommerebbero a 15.000 uomini, ma il Libyan National Army, ha 70.000 uomini, con un buon numero, forse sul centinaio, di carri armati e una ventina di aerei da caccia Mig. L' esito pare scontato, sebbene le Nazioni Unite tentino una tregua. Sentore della crisi l' aveva avuto Washington, dato che il presidente Donald Trump ha nominato l' esperto Richard Norland «ambasciatore straordinario e plenipotenziario Usa» per la Libia. Di certo l' Italia subisce l' ennesimo scippo geopolitico dalla Francia, che da tempo ha legato con Haftar, tanto da curarlo in un ospedale di Parigi nell' aprile 2018. Per Roma, fin dal 2016 pareva fondamentale allacciare con la Tripolitania per impedire le partenze di migranti da quella costa, linea che l' attuale governo ha ereditato dal PD. Ma è sfuggito un respiro più ampio della politica libica, che invece hanno sia la Francia, che già tre anni fa mandava agenti speciali ad aiutare Haftar, sia l' Egitto e la Russia. Del resto, già due mesi fa, nel Fezzan, le forze cirenaiche avevano conquistato un importante campo petrolifero, sottraendolo alla Tripoli filoitaliana, a riprova di quanto possa essere dannoso leggere il tema Libia mettendo in secondo piano l' importanza dell' unità del Paese che solo la parte più forte può garantire. Sapendo che Serraj flirtava coi Fratelli Musulmani, il presidente Al Sisi non poteva che aiutare Haftar, la cui ampia frontiera orientale con l' Egitto è un retroterra strategico che gli copre le spalle e gli assicura rifornimenti. L' Italia ha tentato tardivamente l' avventura del vertice di Palermo del 12-13 novembre 2018, in cui il premier Giuseppe Conte è riuscito a far stringere la mano a Serraj e Haftar. Ma, troppo condizionato dall' Onu che non riconosce ufficialmente Tobruk, il Belpaese non s' è sfilato in tempo utile per competere con la Francia nell' amicizia verso Haftar. L' Italia si è scordata la Realpolitik: in una guerra civile la parte troppo debole inesorabilmente finirà fagocitata dal più forte, che non le riconoscerà una parità inesistente nei fatti. E la realtà presenta il conto. di Mirko Molteni