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Sophie Pétronin, la Silvia Romano francese: scambiata per 200 jihadisti dopo 4 anni di prigionia, torna dai suoi rapitori

Mauro Zanon
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 «Voi mi chiamate Sophie, ma di fronte avete Mariam. Pregherò per il Mali, implorerò le benedizioni e la misericordia di Allah, perché sono musulmana». Furono le prime parole dell'operatrice umanitaria francese Sophie Pétronin al momento della sua liberazione, dopo quattro anni di prigionia nelle mani dei jihadisti in Mali. Liberazione, avvenuta nella notte tra l'8 e il 9 ottobre 2020, che scatenò un'ondata di polemiche in Francia. Anzitutto perché il suo rilascio, assieme all'ex ministro delle Finanze del Mali Soumaïla Cissé, fu possibile solo in cambio della liberazione di duecento jihadisti sul territorio maliano: un prezzo carissimo da pagare dal punto di vista diplomatico e securitario, visto che la Francia è impegnata da anni nella delicata operazione anti-terrorismo "Barkhane" e ha già perso 52 soldati in Mali. In secondo luogo, perché, come Silvia Romano in Italia, la 76enne francese tornò in patria convertita all'islam, velata e pronunciando parole tutt' altro che ostili nei confronti di chi l'aveva sequestrata. «Sto bene, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare. Sono sempre stata rispettata. Si sono presi cura di me. Hanno fatto venire un medico quando ero malata. È tornato a visitarmi più volte», dichiarò Mariam. E aggiunse che non bisognava chiamarli «jihadisti», bensì «gruppi armati di opposizione al regime maliano».

MANDATO DI CATTURA
Da un anno non si avevano quasi più notizie della fondatrice dell'Association in Gao (Aag), Ong che si occupa di bambini malnutriti. Attraverso un documento pubblicato da alcuni giornalisti maliani venerdì 29 ottobre e citato dall'agenzia di stampa turca Anadolu si sa qualcosa in più: Sophie Pétronin è tornata discretamente in Mali ed è attivamente ricercata dalle autorità maliane. Il documento firmato dal colonnello Amadou Camara, vice direttore generale della gendarmeria maliana, è rivolto a «tutte le unità» del Paese. All'interno, si afferma che l'operatrice francese è stata «avvistata verso Sikasso», vicino alla frontiera col Burkina Faso, a 375 chilometri dalla capitale Bamako, e viene chiesto, «in caso di ritrovamento», «di arrestarla e di condurla sotto scorta alla direzione generale della gendarmeria».

ZONA ROSSA
I motivi del mandato di cattura non sono specificati, ma alcuni siti maliani sottolineano che il ritorno in Mali dell'ex ostaggio nasconde diverse zone d'ombra. Secondo Maliweb.net, Sophie Pétronin potrebbe aver raggiunto i gruppi jihadisti (che lei definiva «gruppi armati di opposizione al regime maliano») nell'aerea di Sikasso, considerata "zona rossa", dunque sconsigliata agli stranieri. Colpita dalla sindrome di Stoccolma? Molti ne sono convinti, nonostante le ripetute smentite del figlio, Sébastien Chadaud-Pétronin. Stando a quanto riportato ieri da Libération, Sophie "Mariam" Pétronin si era trasferita a fine 2020 in Svizzera, dove il figlio lavora come ristoratore. Dopo il trasloco, secondo le informazioni del quotidiano parigino, la volontaria aveva presentato diverse domande di visto per tornare in Mali, tutte respinte dal ministero degli Esteri francese. Poi, ad aprile, ha trovato lo stratagemma: è partita in Senegal "in vacanza", Paese che non richiede il visto. «È a partire da questo Paese, dopo un lungo viaggio in autobus, camuffata dietro foulards che la rendevano irriconoscibile, che raggiunge Bamako. Lì, si fa più discreta», rivela Libération. Su Twitter, ha reagito duramente Hélène Laporte, eurodeputata del Rassemblement national: «Va ricordato che Sophie Pétronin era stata rilasciata in cambio della liberazione di duecento jihadisti, alcuni dei quali erano stati arrestati dai militari francesi. Quanto disprezzo per l'impegno del nostro esercito nella lotta contro il terrorismo islamista!».

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