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Islam, la variabile che può minare la pace

Dentro un realistico orizzonte di stabilizzazione del mondo nel quale Occidente e democrazie dovranno coordinarsi, c'è però una variabile: i continui attentati
di Lodovico Festa sabato 29 novembre 2025

3' di lettura

È comprensibile essere inquieti di fronte alla difficoltà di trovare un accordo di pace in Ucraina o quando si legge di Pechino che minaccia d’invasione Taiwan. Ma nell’attuale complicata situazione internazionale non ci si deve far guidare da paura e da slogan ma dall’analisi della realtà: pur condannando senza riserve l’aggressione russa all’Ucraina, non si può scambiare per un Adolf Hitler, paganamente diabolico interprete del revanchismo tedesco post 1914, un Vladimir Putin tardo erede del classico imperialismo zarista. Né Xi Jinping pur interprete di un disegno cinese di egemonia globale, è un Hirohito pronto a conquistare l’Asia con la forza. La delusione per non essere riusciti a costruire un kantiano ordine liberale globale dopo la fine dell’Unione sovietica, non deve farci perdere la testa. $ ancora possibile e dunque necessario definire tra le grandi potenze un accordo tipo quello del trattato di Vestfalia, del congresso di Vienna, della Conferenza di Yalta, garanti di decenni di pace sostanziale per l’umanità.

Dentro un realistico orizzonte di stabilizzazione del mondo nel quale Occidente e democrazie come l’India, il Giappone, la Sud Corea dovranno coordinarsi per confrontarsi con il minaccioso CRINK (China, Russia, Iran, North Korea), è possibile pensare a un consolidamento della pace. C’è però una variabile. Un giorno c’è un attentato in Germania, un altro in Francia, poi a Washington, si rapiscono trecento studenti da un collegio cristiano in Nigeria, l’Isis (lo Stato Islamico che credevamo scomparso) cacciati i militari francesi sconfigge in Mali anche i tosti mercenari ex Wagner, i talebani sconfitti i sovietici e in qualche modo gli americani accendono focolai di guerriglia in Pakistan. L’espansione globale dell’Islam dal 610 d.C. in poi ha radicato una religione che non separa politica e fede, che considera la jihad strumento fondamentale di diffusione del credo di Maometto in un mondo diviso tra “terra dell’Islam” e “terra della guerra”, che prevede la sottomissione della donna all’uomo, della famiglia alla comunità, della comunità alle autorità insieme religiose e politiche con, a lungo, alla testa un Califfo, insieme Papa e imperatore. Le sconfitte militari del Novecento misero in stand by il programma politico dell’Islam e così fece la divisione del mondo tra liberaldemocrazie e alleati di Mosca. La fine dell’Urss ha riaperto i giochi.

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CRISI SOVIETICA
E non è un caso che tra Iran e talebani la nuova jihad sia stata la principale causa della crisi sovietica, così come l’attentato alle Torri gemelle di Manhattan sia l’avvenimento che inizia a mettere in crisi l’internazionalismo liberale degli anni Novanta, così come siano le stragi del 7 ottobre 2023 a bloccare (speriamo momentaneamente) processi come l’allargamento dei Patti di Abramo e il corridoio economico India-Medio oriente-Mediterraneo, pilastri di una nuova stabilizzazione internazionale. È chiaro ormai come sia il jihadismo a provocare le scintille che di volta in volta incendiano il pianeta anche perché non esprime tanto una politica di potenza (di cui spesso peraltro è strumento) quanto una tendenza identitaria islamo-universalista, presente con l’immigrazione anche in Occidente, intrinsecamente eversiva. Questa è la realtà e se la si esamina con serietà si vedono anche gli antidoti a cominciare dall’eroica (non priva di asprezze da evitare ma che non giustificano l’odioso antisemitismo pro-Pal) azione militare israeliana svolta su molteplici fronti da Gaza a Teheran dal Sud Libano al Nord Yemen alla cacciata del regime degli Assad a Damasco. E un contributo importante viene poi dai processi di modernizzazione della penisola arabica e dal riformismo dell’Islam avviato in Marocco, Indonesia e nell’università al-Azhar del Cairo. Ecco perché combinando fermezza a umanità anche nei confronti della sfida che porta all’Occidente l’immigrazione islamica, si può costruire una via di uscita da quello che è comunque oggi un possibile serio rischio per la pace globale.

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