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Trump parla di frodi alle urne e annoia. Lo aspettiamo alla finale dei Mondiali

di Costanza Cavallisabato 18 luglio 2026
Trump parla di frodi alle urne e annoia. Lo aspettiamo alla finale dei Mondiali

4' di lettura

Uno e due: nel giro di un paio di giorni, prima il vicepresidente e poi il presidente degli Stati Uniti si son fatti cospirazionisti, il primo per non ammettere un fallimento, il secondo per prevenire quello che arriverà a novembre. Partiamo dal capo, ovvero Donald Trump, che nella serata di giovedì, dalla East Room della Casa Bianca, ha detto alla nazione - mezz’ora scarsa, preceduta dalla promessa di rivelazioni clamorose - che la Cina ha interferito nelle elezioni del 2020 e che il «Deep State» glielo ha nascosto, a lui e «a voi». Per qualche minuto è parso un discorso qualunque: l’economia va a gonfie vele, l’esercito è il più potente del mondo, l’America sta vincendo la guerra in Iran. Poi il climax, quello per cui il senatore Bernie Moreno aveva promesso «il più importante discorso dallo Studio Ovale dai tempi della crisi dei missili di Cuba»: Pechino avrebbe messo le mani su 220 milioni di file di elettori americani - «la più grande compromissione di dati elettorali della storia», nonché un piccolo miracolo, visto che nel 2020 gli iscritti al voto erano 214 milioni -, avrebbe tentato di fabbricare schede false per Joe Biden e arruolare giornalisti e imprenditori contro di lui. Prove: documenti declassificati, disponibili sul sito della Casa Bianca, generosamente anneriti. Nel mucchio, ci sono anche 278mila non cittadini iscritti alle liste elettorali e attivisti pagati a cottimo in buoni regalo.

UN SISTEMA «ROTTO» Eppure nel marzo 2021 il National Intelligence Council concluse «con un elevato grado di certezza» che la Cina non aveva interferito, e che l’idea di influenzare il voto l’aveva sì considerata, ma poi scartata: né una vittoria di Trump né una di Biden valeva il rischio di farsi scoprire. Nei documenti desecretati è riportato il dissenso di un singolo funzionario, sufficiente a Trump per parlare di insabbiamento. Nella stessa pila, inoltre, si trova anche un rapporto della Cia del luglio 2020 secondo cui a essere presa di mira da Pechino era la campagna di Biden, non la sua. Del resto, Trump non ha mai mandato giù un’elezione persa: quando Ted Cruz gli soffiò i caucus dell’Iowa nel 2016, twittò che gliel’aveva «rubata illegalmente». Quanto al movente, mancano quattro mesi alle elezioni di metà mandato, i sondaggi danno i democratici favoriti alla Camera, la popolarità del presidente è ai minimi. Meglio insinuare che se a novembre dovesse andare male (dal dopoguerra d’altronde è capitato a tutti, fatti salvo Clinton nel '98 e Bush figlio nel 2002) la colpa potrebbe essere di Pechino; e intanto chiedere al Congresso una legge sull’«integrità elettorale» che per i democratici prepara la mano federale su un voto che la Costituzione affida agli Stati. Il sistema, ha detto infatti Trump, è «rotto».

LA RETORICA ANTI-ISRAELIANA
Per quanto riguarda il numero due dell’esecutivo, JD Vance, è andata che, ospite del podcast di Joe Rogan, s’è messo a parlare della guerra in Iran, di un complotto israeliano di bassa lega e di Jeffrey Epstein. «Aveva chiaramente legami con i più alti livelli dell’intelligence americana e israeliana – ha detto sul finanziere – Ho chiesto: esistono documenti? La risposta è no. Ma se quella roba fosse esistita, non esisterebbe nel 2026». Tradotto: Epstein era una spia e le prove sono state distrutte. Un capolavoro: il complotto dimostrato dall’assenza di prove. Sulla guerra, il vicepresidente sa «senza ombra di dubbio» che dentro il governo israeliano c’è chi manipola l’opinione pubblica americana per far durare il conflitto «indefinitamente», e che una campagna d’influenza straniera «estremamente ben finanziata» lavora per far naufragare l’accordo con Teheran.

A sostegno ha citato un articolo del Time sull’operazione pagata da Israele all’ex spin doctor Brad Parscale, che però, per la rivista, serve a risollevare il gradimento dello Stato ebraico fra i giovani conservatori, non ad affossare i negoziati (attività in cui peraltro sono abilissimi, e in autonomia, gli ayatollah). Il movente, anche qui, è domestico: il memorandum del 17 giugno lo ha negoziato lui, l’Iran lo ha stracciato a furia di sdronate nel Golfo, la destra accusa l’amministrazione di aver tradito la promessa di tenere gli Usa fuori dalle guerre infinite, e Vance nel 2028 vorrebbe traslocare nello Studio Ovale. Serve un colpevole che non sia lui e la pugnalata alle spalle all’alleato è un classico. A far notizia, in ogni caso, fra tutte queste dichiarazioni senza una prova, è che Trump è diventato noiosetto: mezz’ora di discorso senza verve e senza rivelazioni. Lo aspettiamo domani sera alla finale dei Mondiali, e se faremo un gran tifo per la Spagna è per una sola ragione: vederlo consegnare la Coppa alla Roja mentre tira l’ennesima bordata a Pedro Sánchez, il «pessimo partner della Nato» atteso pure lui in New Jersey.