Mi stupisco dell’udire attorno a me gli alti lai di coloro — e son la maggioranza degli esseri pensanti (e pensate al resto...) i quali si stupiscono del fatto che gli Stati Uniti antepongano ciò che decidono essere di volta in volta — anche oggi, in questi perigliosi orizzonti di guerra — i loro precipui interessi rispetto a quelli che costruirono loro stessi dopo la Seconda Guerra mondiale. Mi riferisco agli interessi europei che da circa un trentennio — gli anni del cosiddetto unipolarismo, magnificamente descritti e interpretati dal mio maestro David Calleo — hanno deciso che a definirli dovessero essere gli europei medesimi, via via sottraendo loro a piccole dosi il sostegno militare diretto. Una strategia che è esplosa con la guerra di aggressione russa all’Ucraina e al sistema di potenza mediterraneo-baltico-jagellonnico dopo il fallimento del trattato del 2014, che è sfociato nell’aggressione imperiale a quelle terre tormentate. È la questione gestita e vissuta e descrivibile come: questione Nato.
Che altro non è se non la ripetizione, sotto ben altre forme — che tutto sempre muta, come eternamente diceva Talete — dell’abbandono traumatico che Wilson fece dell’Europa dopo Versailles, e dei guai che ad essa avevano provocato Wilson e i suoi sodali Beneš e Masaryk: i quali, se diedero vita alla Società delle Nazioni, scomparso che fu Wilson — sfiduciato dal Congresso e dagli elettori nordamericani — di quella organizzazione ben poco rimase, ma assai (e che assai) dell’inviluppo di nazioni e risentimenti e di prodromi di guerre che il provocato crollo dei tre imperi — zarista, ottomano e austro-ungarico — ingenerarono.
Oggi, con il lento, implacabile ritrarsi degli Stati Uniti dalla scena europea (per andar dove, questo non si è ancora ben capito), una situazione simile a quella post-Versailles tende a riprodursi nella paralisi di un’Europa che ha disturbi di linguaggio e, ahimè, pur di movimento. Momenti terribili. E Trump non pare sia all’altezza di un tale immane compito. Ma non dimentichiamo che il presidente americano da solo fa meglio degli affollati amici cinesi e russi con la maschera pakistana, che da ogni parte gli fanno la corte.