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Le visioni di Alfredo Castelli

Il fumettista che inventò il futuro

Dalla stampante 3D al clouding, molte delle innovazioni anticipate 40 anni fa in Martin Mystère

30 Dicembre 2019

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Castelli in aria

Alfred Castelli e le sue creature

Avevamo in casa un Jules Verne milanese, uno scrittore d’anticipazione che s’inventa il futuro, e non ci avevano avvertito.
Immaginate una biblioteca infinita che, secondo il concetto induista dell’Akasha- il “serbatoio astrale contenente lo scibile umano” e attraverso i meravigliosi campi energetici teorizzati da Nikola Tesla nell’800, possa collegare tutti i dati dei computer del mondo. Poi pensate ad una “fotocopiatrice tridimensionale” ; ossia ad un gingillo accarezzato da piccoli laser morbidi che come plaid, in grado di creare oggetti identici all’originale fatti di polistirolo espanso e polimeri mai visti, solo rotando su se stesso. E riflettete, infine, sul fatto di poter rivedere un attore morto da tempo recitare in un film, o interpretare uno spot; o, meglio ancora osservate uno scienziato il quale, barricato dietro la scrivania di casa, tiene una conferenza dall’altra parte del mondo grazie ad un proprio raffinatissimo ologramma. Non occorre la fantasia pirotecnica di autore di fantascienza per dare un nome alle suddette modernissime invenzioni, nell’ordine: il cloud -la “nuvola” ossia l’archivio che racchiude i dati infiniti di milioni di software che precede in parte la prossima creazione del computer quantico; la stampante 3D; e i sistemi di manipolazione delle immagini che si chiamino “motion capture” o “deep fake”, quei sosia elettronici resi noti al grande pubblico italiano da Striscia la notizia che ci ha offerto un Matteo Renzi completamente falso con grande terrore del Matteo Renzi vero. Peccato che le suddette invenzioni furono anticipate, appunto dal Jules Verne nostrano: Alfredo Castelli, milanese classe ’47, scrittore, critico letterario e soprattutto narratore e sceneggiatore di fumetti. Conosco Castelli da una trentina d’anni. Ha l’aspetto a metà tra quello di un vecchio zio e di un umarell, il pensionato bolognese che passa il tempo a fare la guardia a i cantieri; ma possiede una memoria quantistica e una mente che solca le più vertiginose vette dello scibile, sia esso scientifico che letterario. Alfredo è una colonna della Sergio Bonelli Editore, uno studioso maximo di letteratura popolare; ed è, soprattutto, l’autore dei Martin Mystere l’eroe a fumetti del mistero. Ed è proprio tra le pagine apparentemente innocue di Le invenzioni (im)possibili di Martin Mystère a cura di Alex Dante (Bonelli editore, pp210, euro 26) un saggio all’apparenza weird, cioè del genere cronistico dello “strano-ma -vero”, che si annidano verità inquietanti. Non so come abbia fatto, ma Castelli, dalll’82 ai fine anni ’90, in una serie di storie del suo detective a fumetti, ha anticipato, anche nei particolari, eventi e tecnologie che si sarebbero realizzate solo di lì a qualche anno. Verne anticipò i sommergibili elettrici, gli scafandri a casco, le pubblicità aeree, i taser, i moduli lunari; e s’immaginò gli oceani al centro della Terra e il “giornale radio” (nel misconosciuto romanzo breve del 1899 La giornata di un giornalista americano nel 2899). Castelli, nella storia La morsa bianca dell’85, ha descritto nei dettagli i tentativi segreti di controllo del clima dei vari governi dalll’86 al 2015: il Sistema Haarp in Alaska, l’Osservatorio Hipas in California o L’Eiscat in Scandinavia, sistemi radar di controllo della ionosfera per i quali il Parlamento Europeo si preoccupò non poco. Nel capitolo sulla Stampante tridimensionale, Castelli studioso anche di stereolitografia e resine liquide fotopolimeriche (trovatemi un altro studioso del genere, vi prego) cita il suo racconto La vera storia del capitano Nemo dell’87; dove, in ogni punto basato su “una tecnica di stampa sottrattiva” si racconta, un trentennio prima, la più grande invenzione dell’ultimo decennio. Nel descrivere Il database universale, invece, richiama Un enigma di nome Jaspar dell’88, in cui partendo dalle tesi dello gnosticismo greco arriva al “SuperCloud” che Raymond Kurzweil ingegnere capo di Google profetizza soltanto nel 2015; dichiarando che presto la nanotecnologia inserita nella corteccia cerebrale renderà le nuove generazioni direttamente interconnesse (la lettura del pensiero già avviene nella cura di alcune disabilità).

E quando Castelli già parla, sempre nell’87, di Computer biologico e di auto a guida autonoma nello scritto Operazione Dorian Grey, nessuno avrebbe immaginato che a metà degli anni 2000, sia il geniale Elon Musk ad di Tesla, sia il biologo molecolare Leonard Max Adleman avrebbero sviluppato le “interfacce neuronali” e il primo “computer a Dna”, reso pubblico nel 2012 da un gruppo di ricerca israelo-americano e perfezionato nel 2016 dall’americana Mc Gill University. Certo, poi, bisognerebbe capire cosa ben sia e a cosa diavolo serva un “computer biologico”, ma quello è un altro paio di maniche. L’idea che esiste, rannicchiata nelle pagine d’un fumetto una mente come quella di Castelli mi rallegra e inquieta al tempo stesso…


 
 
 di Francesco Specchia
 
 

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