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Una biografia preziosa

Quanto ci manca Cesare De Michelis l'editore che inventò il nordest

Ricordo di un grande intellettuale del Novecento (che poi era un amico)

30 Dicembre 2019

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De Michelis al lavoro

Cesare De Michelis il signor Marsilio

Quello che, sotto il muschio letterario natalizio, mi è venuto a mancare di più sono stati i pamphlet che Cesare De Michelis amava regalare agli amici.

 Cesare era un classicista invincibile, e uno speleologo della letteratura: ogni 25 dicembre, ci faceva recapitare la stampa privata di un saggio sulle tipografie antiche, o sulle fake news nelle Venezia del '700. O, per dire, l’ultima versione del Dialogo di un venditore di libri di Nicolò Franco, o quella dell’Opulentia sordida di Erasmo da Rotterdam, un’operella sullo stampatore Aldo Manuzio di cui Cesare si è sempre sentito un po’ la reincarnazione. Naturalmente io non sono mai riuscito a leggerli tutti, quei libelli. Ma sentivo onorato del fatto che il prof mi ritenesse degno di maneggiarli. Ed ora, in un momento storico in cui l’autonomia del suo (del mio) Veneto si annacqua nel dibattito politico dopo aver acceso entusiasmi e in cui Venezia vive la sua ennesima sindrome dell’abbandono post alluvione; be’, proprio ora, piacevolmente spiazza il recupero dell’uomo che inventò il nord est nella sua accezione storico-culturale. C’è un volume, di Marco Sassano, I libri sono come le ciliegie (Marsilio, pp238, euro 16, uscito dopo il bel collettaneo Parole per Cesare) che restituisce al mondo la figura di uno dei maggiori intellettuali del secondo Novecento; anche se, a sentirselo dire, a Cesare verrebbe l’itterizia.  De Michelis era un ruvido figlio del Brenta: nato a Dolo, tra Padova e Venezia, gli scorreva nelle vene il sangue dell’Alma Mater, della Serenissima e dei Dogi.  

L’omaggio che, con questo libro, gli viene tributato passa attraverso sette capitoli che ne indagano vita e pensieri attraverso scritti, brani di libri, interviste. “Non ho fatto che quattro cose nel tempo che mi è stato dato. Uno, una casa editrice. Due, una famiglia (che spesso si confondeva con la casa editrice, ndr). Tre, un lavoro da insegnante. Quattro, una biblioteca”, affermava il prof. Con falsa modestia. Perché, sulla “casa editrice”, Cesare ometteva di dire che la Marsilio, nata con quattro amici ai tempi dell’università, dopo aver praticato la militanza politica e intellettuale, era diventata uno dei fari dell’editoria italiana. E che, dopo aver nutrito e lanciato talenti come Nico Orengo, Antonio Debenedetti, Gaetano Cappelli, Susanna Tamaro, Margaret Mazzantini. E che, dopo un periodo di stanca ai tempi di Tangentopoli (Cesare era un vecchio socialista, con un idea ferrea del garantismo e della divisione dei poteri), Marsilio era rinata dalle ceneri come la Fenice grazie all’intuizione di pubblicare i gialli svedesi di Stieg Larson ed epigoni vari; per poi essere riacquisita da De Michelis stesso il quale, anni prima, fu costretto a cederla alla Rcs. Della “famiglia”, poi, Cesare parlava poco ma la riteneva -come i libri- il suo tributo all’immortalità; non a caso citava i nipoti e, soprattutto, il figlio Luca, attuale amministratore delegato Marsilio, come il suo lascito più imponente. Sul “lavoro da insegnante” si riferiva alla prestigiosa cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova. Per Cesare la letteratura era “la terza forza rispetto alla politica e alla religione”. E lo dimostravano la sua tesi di laurea da mille pagine, relatore Vittore Branca; e l’amore per il pensiero laterale di Boccaccio, Guicciardini, Nievo, Giuseppe Berto; e soprattutto, la passione per Carlo Goldoni, un veneziano “che va a vivere a Parigi perché è la città più moderna d’Europa, e quando scopre i boulevard, dice che sono la cosa più bella del mondo. Certo, poi se lo si vuole rinchiudere nello stereotipo delle Venezia decadente, carnevalesca, allora perde un po’ del suo profondo…”. Cesare aveva scritto volumi sul conformismo degli intellettuali, sul neorealismo (da appassionato di cinema), sui grandi autori dell’Ottocento; e la sua rubrica settimanale che io divoravo sull’Arena di Verona era una sciabolata chirurgica al conformismo letterario. Cesare era anche uno straordinario e affabulante rompicoglioni. E’ emblematica la rievocazione dell’episodio in cui giovanissimo, allestendo una compagna teatrale, chiese a Paolo Grassi di usare le musiche del Piccolo di Milano su una commedia di Ionesco. Paolo Grassi minacciò di diffidarlo. Cesare gli scrisse dandogli del “cafone”; e Grassi e Strehler lo convocarono a Milano. Ricorda l’editore: “Si aspettavano di trovarsi di fronte un uomo adulto. Ecco invece un diciasettenne anche se di cento chili di stazza. Dopo un’accalorata discussione diventammo amici e lo siamo rimasti per tutta la vita”. Gli succedeva spesso, amava lo scontro d’intelligenze.

Infine c’è la faccenda dei libri. Cesare non li amava soltanto, ne era –come per la famiglia- ferocemente ossessionato. Ma da “bibliomane non da bibliofilo”, non teneva al libro/oggetto in sé ma il cuore della sua biblioteca -70mila volumi- ora donata all’Università di Padova. Ricordava: “Le ragioni per cui si stampa un libro sono varie: per diffonderlo, per venderlo, per ambizione, per soddisfazione personale. Ci sono pochissimi lettori, però. Il libro non si butta, è come il pane”. Anzi, come le ciliegie, appunto. Ossia frutti che, se ingollati singolarmente hanno un gusto sciapito; ma che considerate in successione abituano il palato e sconvolgono le papille gustative. In questo, l’uomo era un anti-modernista col pallino del progresso: studiava il print on demand, l'ebook, la vendita in Internet per perpetuare il rapporto coi lettori. Si divertiva, invece, nel paragonare il rapporto con gli scrittori a quello di Don Giovanni con le donne: “io i miei autori li amo tutti, ma non li sposo”; e tu, un po’ da pirla, ti sentivi felice di sentirti una madamina del catalogo.

Ci manca molto, oggi, il Cavaliere del Lavoro Cesare De Michelis. Ci manca l’architetto che ridisegnò la stessa struttura culturale-storico-industriale di una regione che, prima di lui, galleggiava in un atavico complesso d’inferiorità. Poi ci mancano anche il mentore e l’amico, ma questo è un altro paio di maniche…


 
 
 
 
 

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