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Quarta Repubblica, Antonio Di Pietro: "Lo giuro su mia madre", lo sfogo su Mani Pulite

di Roberto Tortora martedì 9 giugno 2026

4' di lettura

A Quarta Repubblica, talk di approfondimento di Rete 4 condotto da Nicola Porro si torna a parlare di Tangentopoli e della figura iconica di Raoul Gardini, che pose fine alla sua vita suicidandosi, dopo essere stato travolto dallo scandalo della maxi-tangente Enimont.

In studio, oltre ad Antonio Di Pietro, all’epoca dei fatti pm che condusse l’inchiesta, c’è anche Carlo Sama, ex- braccio destro di Gardini e responsabile delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi Montedison. Finì in galera anche lui e fu arrestato proprio nel giorno della morte di Gardini.

Ora Sama chiede a Di Pietro: "Dopo 30 anni trovarsi sulla stessa sedia con Di Pietro mi fa piacere. Chiederei a lui, però, se non hanno abusato di quel potere in quell'epoca, se non hanno utilizzato il carcere preventivo come forma di confessione, per trasformare coloro che cadevano sotto le loro grinfie in giuda, in delatori e poi in infami ed è l'obiettivo che si prefiggevano, secondo la mia opinione".

Di Pietro contesta e risponde: "Io giuro sulla mia coscienza che quell'inchiesta l'ho fatta solo perché facevo il Pm e non perché ero agli ordini di qualcuno e quando nell'esercizio delle mie funzioni ho richiesto ed ottenuto l'arresto, l'ho fatto sempre per una ragione specifica, il pericolo di inquinamento probatorio dovuto a quel tipo di reato che era la corruzione e il falso in bilancio. Bisognava rompere quel patto corruttivo, quel patto di omertà che c'era tra l'imprenditore corruttore e il politico corrotto. L’unico modo era creare un diaframma tra di loro in modo che l'uno non sapesse dell'altro nel momento in cui si inquisiva l'altro. Quell'uno, ogni volta che veniva individuato, veniva messo provvisoriamente agli arresti domiciliari per fare le indagini d'emergenza".

Su Gardini, poi, Di Pietro ha una domanda scottante da fare a Sama: "Passati 30 anni non c’è più reato, ma vogliamo far sapere agli italiani se Gardini quel miliardo lo ha poi portato a Botteghe Oscure e a chi lo ha dato?". Sama fa il gioco delle tre carte e si mantiene sul tema degli arresti: "Il carcere preventivo è stato utilizzato in forma coercitiva. Sono stato arrestato dopo aver presieduto l'assemblea della Montedison, ho dato le dimissioni da tutte le cariche. Il gip Pisapia rifiutò l'arresto che loro avevano richiesto. Disse 'Carlo Sama ha dato le dimissioni, è lì, interrogatelo. Poi se è colpevole lo arrestate'. Poi è arrivato Ghitti, il loro gip di fiducia che ha firmato qualsiasi cosa, infatti firmò il mese dopo il mio arresto, quello di Sergio Cusani, di Gardini e tantissime altre persone. Per cosa? Per una dazione di danaro che l'amministratore delegato della Calcestruzzi Spa, Panzavolta, aveva pagato al presidente dell'ENEL per il trasporto di una nave. Io alla Calcestruzzi non sono mai entrato, non ho mai avuto un incarico, non ho mai prestato una consulenza, nulla".

Poi, incalzato da Porro, Sama ammette: "Lui lo sa benissimo (Di Pietro, ndr) che i soldi al Partito Comunista sono stati dati, lui lo sa perché ha triangolato, la sua è una provocazione. Avevamo una flotta di aerei, hanno scelto di indagare su un volo Milano-Roma. Loro (i giudici, ndr) erano gli eroi, rappresentavano la moralizzazione del Paese ma hanno fatto delle scelte, sono stati il potere assoluto". 

Di Pietro, allora, arringa come ai tempi in cui calcava le aule di tribunale e ricorda il giorno della morte di Gardini: "Si era accordato con me, tramite i suoi avvocati, che sarebbe venuto quella mattina per riferire fatti specifici che a me interessavano. Gardini mise come condizione: ‘Vengo con i miei piedi e me ne vado con i miei piedi’. Ecco, io in quei giorni, compreso quella mattina, accentuai l'attenzione per Gardini proprio per sfiancarlo, devo ammetterlo, perché così viene e mi dice tutto, perché era l'anello di congiunzione che mi univa Palermo a Milano. Per me era fondamentale quell'accentuazione di attenzione in quei giorni, proprio sul gruppo Ferruzzi, sul gruppo Gardini. Quella mattina fino a un quarto d'ora prima il suo avvocato mi disse che stavano arrivando. Io, per paura che poi ci ripensasse lo feci controllare dai Carabinieri. Gardini in quel momento si è reso conto, io credo perché abbia li abbia visti fuori dalla sua casa, che quelli non lo facevano uscire con i suoi piedi, che lo avrebbero portato a San Vittore e ha preferito chiuderla lì piuttosto che venire da me. Giuro sulla memoria di mia madre che lui con i suoi piedi veniva e con i suoi piedi se ne andava, però lui non ci ha creduto, all'ultimo momento e, a mio avviso, anche quello ha contribuito a farlo fuori, a farla finita. Aggiungo anche che, se dovessi sentirmi responsabile dei diversi suicidi che sono successi in quell'occasione, questa un'amarezza in cuore me la dà".

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