Selvaggia

Gli italiani in vacanza all'estero? Roba da paranormal activity

Giulio Bucchi

di Selvaggia Lucarelli   Ci sono categorie di turisti che non hanno nulla a che fare col normale flusso di vacanzieri all’estero, né con i trattati sociologici sugli italiani in ferie e neppure con le gag naif dei cinepanettoni più sgangherati, ma con quella cosa ben più misteriosa e complessa denominata «paranormal activity».  Esistono infatti delle tipologie di turisti che andrebbero studiate direttamente da medium ed ufologi esperti, in quanto i loro comportamenti non rientrano nella sfera dell’umano. Vado ad elencarle. a) Quelli che prenotano quindici giorni un bungalow immerso nell’acqua con vetro trasparente attraverso il quale puoi vedere pure i trigoni accoppiarsi al tramonto e non sanno nuotare. E non pensate che sia una specie rara perché di gente allergica all’acqua che va nel Mar Rosso convinta che al suo arrivo si aprano le acque come a Mosè, ne ho vista tanta. Solitamente si tratta di coppie in viaggio di nozze che hanno scelto dal catalogo il viaggio più costoso costringendo amici e parenti a collette disumane, con cugini di terzo grado obbligati a rapinare la farmacia sotto casa per partecipare, che una volta sbarcati sull’atollo corallino, vivono come ectoplasmi. Appaiono solo all’ora del buffet o li vedi al tramonto, passeggiare sul bagnasciuga, col giubbino salvagente mano nella mano come fossero sulla prua del Titanic impennata a pochi secondi dall’affondamento. Non di rado, la coppia scoglionatissima, si fa quindici anni di carcere duro nelle prigioni tailandesi perché poi, in aeroporto, viene fermata con la valigia zeppa di conchiglie e paguri, arraffati a due ore dalla partenza sulla battigia, per tentare di convincere il parentame di essere reduci da quindici giorni di escursioni in mare aperto con i migliori apneisti dell’Asia orientale.  b) Quelli che hanno preso un aereo e non sanno minimamente in quale punto del mappamondo si trovino. Tu sei lì che guardi l’orizzonte e loro ti fanno: «Bello però ‘sto Sahara, eh?». «Guardi, qui siamo nel Sinai, non c’è il Sahara». «Ah, già, il Sahara sta più a sud». «No, più a sud c’è solo il Mar Rosso». «Ah ecco, allora a sud l’Asia in pratica finisce». «Le do una notizia: qui siamo in Africa, non in Asia». «E io me credevo che l’Africa era quella dei safari», «Sì, magari in Tanzania, ma non è che a Sharm si fotografino le zebre dai finestrini o c’è gente divorata dai leoni nel tragitto da qui al negozio dei souvenir». Ecco, il giorno in cui le agenzie di viaggio capiranno che è pieno di vacanzieri che non sanno neppure dove vengano scaricati dai charter, dirotteranno migliaia di turisti in Aspromonte convincendoli che è il deserto dell’Arizona e quelli, tutti contenti, finiranno a fare il gioco aperitivo con qualche latitante della ‘ndrangheta che dopo aver tentato di obiettare qualcosa del tipo «Qui comando io», verrà pure scambiato per capovillaggio.  c) Quelli che prenotano le vacanze in un hotel 5 stelle lusso fronte mare a sedici ore di volo da casa perché devono staccare e trascorrono le ferie in reception perché è l’unica zona in cui c’è il wifi. Dopo una settimana lì, tra il banco informazioni della hall e la porta d’ingresso dell’hotel, il tizio tornerà in Italia e alla domanda: «Com’era Bali?» risponderà: «Me ne avevano parlato bene e in effetti i checkout all’ora del tramonto sono davvero indimenticabili». d) Quelli che hanno il braccialetto “all inclusive” nei villaggi e  pur di sfruttare al massimo la formula tutto incluso, mangiano e bevono come se non ci fosse un domani. Tu sei lì che stai andando a dormire all’una di notte e li intravedi al bar con un cimitero di ombrellini sul tavolo, hotdog fumanti e il braccialetto sul polsino della camicia che sfoderano in direzione dei camerieri inermi come Spiderman nell’atto di lanciare le ragnatele. Inutile dire che se codesti individui venissero bloccati da un rapinatore in un vicolo cieco di Madras e il delinquente dicesse: «O il braccialetto Valtur o il Rolex», quelli si sfilerebbero il Daytona senza manco pensarci.  e) Quelli che hanno rapporti malati o perversi con le piscine. Fateci caso: la piscina è la cartina di tornasole di tutti gli psicopatici più temibili del pianeta. Fossi nell’Fbi io studierei il comportamento dei sospettati attorno a una vasca d’acqua qualunque e sono certa che dopo dieci minuti di attenta osservazione stanerebbero i peggiori criminali. C’è gente che punta la sveglia alle sei e venti del mattino per mettere gli asciugamani sui lettini fronte piscina e si sente argutissima. Ne consegue che alle sei e venticinque è già nella sala colazioni non per mangiare la brioches ma per tirare la sfoglia coi cuochi. C’è gente di cinquantasei anni suonati in piscina con maschera e tubo per vedere non si sa cosa, se i calli ai piedi, le fughe nere tra una mattonella e l’altra o i culi delle bagnanti. C’è gente col mare più bello del mondo a venti metri che trascorre venti giorni di vacanza nella piscina dell’hotel, roba che a uno verrebbe voglia di dire «Facevi agosto nell’olimpionica di Assago e risparmiavi quei cinquemila euro».  f) Quelli che riprendono con la videocamera il buffet dei dolci. Ecco, io quando penso che questa gente vive, lavora, prende la metropolitana, si muove attorno a noi, ho molta paura. Perché un individuo sente la necessità di conservare in casa la prova filmata dell’esistenza di una torta al pistacchio fuori dai confini italiani? Cosa cova? Quali propositi perversi può meditare un uomo così torbido da filmare vasetti di pannacotta? Ma soprattutto, esiste una onlus che si occupi di proteggere e fornire assistenza ai disgraziati che saranno costretti alla visione casalinga dei video di buffet di dolci? g) Quelli che ti fai venti ore di aereo con sei scali e una differenza di dieci ore di fuso orario rispetto all’Italia per sentirti lontano da tutto e quando capiscono che sei italiano, vogliono condividere con te le ultime su Belen e tutto il gossip nostrano. Che tu torni da un’ora di snorkeling sulla barriera corallina oceanica e dici: «Ho visto un chirurgo e un balestra fantastici!». E loro ti fanno: «Beh, dove c’è Renato Balestra c’è sempre un chirurgo. A proposito, ma la Minetti è rifatta?».  Paranormal activity, appunto.