Università tricolore

Il test d'ammissione a Medicina?Una follia, tra taoismo e lacune

Andrea Facchin

E' primario di nefrologia e dialisi agli Ospedali Riuniti di Bergamo, autore di 800 pubblicazioni e unico italiano nei comitati di redazione del Lancet e del New England Journal of Medicine, due tra le più importanti riviste di settore. Si chiama Giuseppe Remuzzi. Un esperto a tutto tondo, insomma. Quasi un luminare. Così, per conto del Corriere della Sera, ha provato a sostenere il test d'ammissione alla facoltà universitaria di Medicina, il quiz redatto dal ministero. Risultato? Una sonora bocciatura. E Remuzzi, al quotidiano di Via Solferino, esprime tutte le sue perplessità sugli esercizi della prova. Follia taoista - Tra le domande, il test tira in ballo anche il pensiero taoista e la pratica medidativa fondata sulla respirazione profonda. Remuzzi non comprende l'utilità del quesito: "Io preferirei che chi vuol fare il dottore mi dica se secondo lui c'è un problema etico nell'impiegare cellule staminali embrionali per la ricerca, anche quelle che se no si butterebbero via. E se un ammalato grave ha il diritto di decidere come morire e quando? E se non lui, chi altro? Se mai più della dinamica del vuoto taoista, avrei chiesto qualcosa sul rapporto tra il pensiero di Galileo e i dogmi della Chiesa. Il futuro medico dovrebbe sapere cos'è il New England Journal of Medicine e il Lancet".  Esercizi datati - Il primario non esprime solo dubbi sulle domande, ma s'interroga sull'utilità della prova così come formulata: "Io al candidato chiederei candidamente se fuma e quelli che fumano li lascerei fuori. In questo test non c'è nulla che aiuti a capire se il futuro medico saprà parlare con gli ammalati. Quando questi ragazzi saranno laureati gli interventi chirurgici li faranno i robot e il 90 percento della medicina sarà information technology. Già oggi i miei colleghi più giovani hanno tutto nell'iPhone, su queste tecniche non c'è nulla. E non c'è nemmeno una domanda d'inglese che da anni ormai è la lingua della medicina". Secondo Remuzzi, gli esercizi dell'esame sono ancora troppo datati, tanto che il test "assomiglia alla prova di maturità di sessant'anni fa". Remuzzi conclude l'analisi con un'ultima considerazione: "Non so se l'avrei passato l'esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro".