Gianluigi Paragone

Clint Eastwood si schiera? Per la sinistra diventa un imbecille

Andrea Tempestini

  Giù le mani da Clint Eastwood! Ieri su Repubblica campeggiava un articolo di Michael Moore contro il mitico ispettore sotto il titolo: «Non più Callaghan ma un vecchio pazzo». Ecco, uno appoggia un candidato politico che non piace allo star system di sinistra e il grande cinema raccontato da un maestro diventa robetta. Infatti, come può esserci un grande cinema dietro un piccolo regista/attore? Basta un normale documentarista (i film-inchiesta sono altra cosa…) per ridicolizzare una delle firme più pregiate del cinema contemporaneo?  Ho letto da qualche parte che alla convention repubblicana il grande Clint avrebbe messo in piedi una scenetta da quattro soldi. Beh, di sicuro non passerà alla storia per il dialogo della sedia (chi lo nega? ) ma siccome abbiamo ascoltato attoricchi e cantanticchi diventare attoroni e cantantoni per il solo fatto di essere saliti sui palchi della sinistra e li abbiamo pure visti osannati dai circuiti amici di sinistra con toni che si riservano ai grandi… allora, sia concesso a un vero maestro del cinema di fare propaganda come diavolo vuole. Del resto, politica e spettacolo vanno a braccetto senza aver bisogno di sollecitazioni. Quando interpretava il cowboy o l’ispettore, Clint Eastwood era criticato per il suo linguaggio – la battuta oggi cult «coraggio fatti ammazzare» fu etichettata come manifesto fascista e di una destra dal grilletto facile –, ora non va bene se si diverte in una allegoria politica. Addirittura è un vecchio matto.  Clint Eastwood è un narratore da destra (da e non di destra). È un lettore della società americana dal punto di vista repubblicano. Lo era quando indossava i panni dell’Uomo senza nome, dell’ispettore Callaghan, o dello spietato pistolero Will Munny. Resta un narratore da destra in “Un mondo perfetto” e in “Mystic River”. E sempre da destra ha letto la questione dell’integrazione quando il burbero e razzista Kowalski si faceva impallinare (dopo essersi rasato e confessato…) in difesa dell’amico asiatico Taho e della sua famiglia sfregiata da una baby gang. Clint Kowalksi… Ecco “Gran Torino” è un film pienamente eastwoodiano, un film maturo e completo, nonostante qualcuno ravvedesse una virata pro Obama. Se così fosse stato e se la stessa performance della sedia l’avesse compiuta sul palco democratico, sono pronto a giurare che sarebbero partiti commenti entusiastici sull’allegoria della politica. Invece Clint Eastwood resta un narratore da destra ed è talmente un gigante del cinema che, fottendosene delle regole hollywoodiane, si è schierato apertamente a favore di Mitt Romney. In America tante star lo hanno criticato, persino sbeffeggiato.  L’eco di Michael Moore (un buon inchiestista cinematografico, ma decisamente lontano dall’essere un regista di film inchiesta. Il nostro grande Rosi se lo mangia a colazione, pranzo e cena, per intenderci) è arrivata in Italia attraverso Repubblica, giornale specialista nel classificare i buoni e i cattivi secondo le proprie simpatie; adesso per esempio ce l’hanno a morte col Fatto Quotidiano, con Travaglio e con Beppe Grillo. Michael Moore è lo stesso regista-sceneggiatore che dopo aver messo a nudo (e bene fece) gli errori del capitalismo, dell’amministrazione Bush, del dilagare delle armi nelle case americane, dell’Undici settembre e di altro, si è ben guardato dal puntare l’indice contro il presidente Obama per non aver mantenuto le promesse in tema militare. Alla voce Siria, per esempio, non sono pervenuti né film, né documentari verità, né altro genere di j’accuse contro Obama (il quale tra l’altro fu insignito del premio Nobel per la pace dopo un solo anno di presidenza, come dire… sulla fiducia). Se al posto di Obama ci fosse stato Bush o Romney, i massacri di Assad sarebbero stati addebitati alla doppiezza della Casa Bianca.  Invece il presidente è Obama… Finite le parole? Le batterie della telecamera si sono scaricate? Moore si barcamena con qualche sermone ma contro il suo amico presidente… niente. Sta zitto. Forse per questo si può permettere di definire matto e, tra le righe, pure rincoglionito Clint Eastwood per il suo endorsement elettorale. Un po’ di fumo negli occhi per ingannare la realtà. L’arte quando è in mano ai maestri resta arte, sempre. Vale a destra come a sinistra. Springsteen non è meno sincero nel raccontare l’America degli ultimi perché prima del concerto risiede in una camera d’albergo di lusso. Lo stesso vale per altri grandi musicisti o attori o registi. L’accusa di Michael Moore è non tanto un colpo basso, ma la prova della sua leggerezza intellettuale e artistica. Per ottenere la maiuscola ci vuole altro. Il cinema di Clint Eastwood oggi si scrive con la maiuscola. E nessuno gliela potrà togliere. di Gianluigi Paragone