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Sopravvissuto Intervista a Lucio. Lui l'unico italiano uscito vivo dalle Torri Gemelle

Il signor Caputo racconta la sua nuova vita: a 72 anni 78 piani a piedi per portare a casa la pelle

10 Settembre 2011

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Sopravvissuto Intervista a Lucio. Lui l'unico italiano uscito vivo dalle Torri Gemelle
Ripubblichiamo l'intervista di Alessandro Dell'Orto a Lucio Caputo, di Libero del 17 luglio 2007. Lui è l'unico sopravvissuto italiano al crollo delle Twin Towers.

Lucio Caputo in Italia. Perdoni la domanda stupida: come ci è venuto?

«In aereo, naturalmente. Vede, io non ho paura di niente, mai avuto paura. Dopo soli dieci giorni dall’attentato delle Torri Gemelle ero già per aria. Sono un incosciente».

Beato lei. Viene spesso a Milano?


«Giro molto per questioni di lavoro. Sono presidente dell’“Italian Wine & Food Insitute” e promuovo il made in Italy in America. Vivo negli Usa da 40 anni, ma ho mantenuto gusti e abitudini delle mie origini e mi sento italiano in tutto».

Promuove vino e cibo, ma anche coraggio all’italiana. La gente si ricorda ancora di lei?

«Sempre, purtroppo. Perché a tutti è rimasta impressa la mia faccia sconvolta di quel giorno, quando mi intervistavano in tv. All’aeroporto, la prima volta che sono tornato a Roma, mi hanno chiesto il passaporto. Mi hanno fissato. Hanno balbettato “Maaa, è è è proprio lei”, come se avessero avuto di fronte un fantasma».

La frase più ricorrente e il gesto più stupido di chi la incontra?

«Mi indicano: “Guarda, è quello delle scale”. Solo perché ho fatto 78 piani a piedi. La considerano un’impresa, ma è una scemenza per uno che, come me, va regolarmente in palestra. La cosa che non sopporto, però, è quando mi toccano la spalla pensando che porto fortuna».

Prima le è sfuggito un purtroppo: non sembra felicissimo di essere riconosciuto.

«Mi fa rabbia. Nella vita ho fatto di tutto, cose importantissime: sono presidente dell’“International Trade Center di New York”, sono “Cavaliere Ufficiale” dal 1996, ho fatto il giornalista, ho prestato servizio nell’aeronautica, ho vissuto e lavorato a Hong Kong, ho condotto le trattative con i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese per risolvere il caso della “nave Liming” bloccata nel porto di Genova, grazie a me l’Italia nel 2006, per la prima volta nella storia, ha superato il
miliardo di dollari nelle esportazioni vinicole verso gli Stati Uniti e...».

Grazie, basta così. Diceva che ha fatto tutto questo, ma...

«...mi ricordano solo per le Torri Gemelle».

Caputo, sono passati quasi sei anni. Come è cambiata la sua vita? Si sente invincibile? Oppure più vulnerabile perché si è giocato il jolly migliore?

«Niente di tutto questo, sono un fatalista: vede, evidentemente quello non era ancora il momento. Non mi sento cambiato, anche perché la morte, in passato, l’avevo già vista da più vicino».

Addirittura? E quando?


«Metà anni Sessanta, piloto un aereo da turismo e devo atterrare a Roma. Commetto un errore, si spegne il motore e mi ritrovo tra i tetti della città. Chiunque si sarebbe fatto prendere dal panico, io invece non perdo la calma, plano come se fosse un aliante e riesco ad atterrare. Il segreto è non agitarsi mai. Oppure quella volta che a Miami sono scoppiate le gomme dell’aereo: è la volta in cui sono stato più vicino alla morte».

Perdoni l’espressione, ma lei ha proprio...

«...un culo così, sempre avuto. Mai vinto una lira alla lotteria, ma nel resto sono imbattibile. E l’11 settembre…».

Raccontiamo. Da dove si parte?

«Dalla prima botta di fortuna. Sa in quale piano era, fino al 1999, il mio ufficio? Ottantanovesimo, proprio quello in cui si è schiantato l’aereo. Poi hanno dovuto ristrutturare i locali per togliere l’amianto e mi hanno spostato al settantottesimo. Ma non è tutto».

Cioè?

«La mattina dell’11 settembre, come sempre, vado in ufficio alle 8 e salgo a fare colazione al “Club Windows on the World”, al piano centodieci. Il solito tavolone in cui mi metto per leggere i giornali, però, è occupato e mi tocca spostarmi su un tavolino turistico vicino alla zona panoramica. Guardo fuori, cielo limpido, vedo Battery Park. Ellis Island, la Statua della Libertà. Però sono scomodo, i giornali non mi incuriosiscono e stranamente, verso le 8.30, decido di scendere in ufficio. Capito? Avessi seguito i soliti ritmi, sarei rimasto bloccato nella parte alta, quella imprigionata dalle fiamme dall’ottantesimo in su. E non sarei qui a raccontarglielo».

Incredibile. Continuiamo. Arriva in ufficio e...?

«Sto telefonando in Italia a Benedetta Sainaghi, una collega. Improvvisamente un boato, la cornetta mi cade dalla mano, lo specchio antico che ho di fronte e che copre tutta la parete si sposta di un metro per l’oscillazione della torre. E pensi che la massima oscillazione prevista per quelle strutture era di 28 centimetri...».

Poi?

«Va via la luce, le porte sbattono, suonano le sirene, dal soffitto cade così tanta polvere che il divano verde oliva che ho di fronte diventa bianco».

Primo pensiero?


«Una bomba, un’esplosione al mio piano. Provo a telefonare, telefono staccato. Esco in corridoio, non si vede nulla come se ci fosse nebbia, c’è odore di polvere, tutto rotto, marmi per terra, gente che piange e che urla. Passa un tizio, gli chiedo: “Cosa è successo?”. Non risponde e continua a correre come fosse impazzito».

Lei, invece, riesce a mantenere la calma.

«Che avrei dovuto fare? Rientro nella mia stanza, è tornata la luce. A sorpresa, squilla il telefono. È Massimo Jaus, vice direttore di “America Oggi”: “Lucio, un aereo ha colpito le Twin Towers! Scappa, scappa!”».

Reazione?

«Non capisco la gravità della situazione, non ho particolare fretta: ho il brevetto da pilota, so che un aereo di linea non potrebbe mai colpire le torri, penso che si tratti di un aeroplano da turismo e dunque non ci siano pericoli di crollo, sono convinto che ci faranno uscire solo per qualche ora per precauzione. Come prima cosa, cerco di chiudere l’ufficio ricordando che in occasione dell’attentato precedente era stato saccheggiato tutto, ma la porta è fuori dai cardini. Prendo i documenti che mi serviranno alle 13 per la colazione di lavoro al ristorante “Le Cirque” con Gian Marco Moratti e li metto in una borsa con il cellulare
(che non funzionerà mai), recupero una torcia, una bottiglia di acqua, un asciugamano bagnato e mi aspetto che gli altoparlanti diano le informazioni su cosa fare, come succedeva regolarmente nelle esercitazioni antincendio».

E intanto inizia a scendere. Cosa si vede, cosa si sente?

«Nulla. Nessuno dice niente, ognuno è abbandonato a se stesso. Le scale d’emergenza sono di cemento armato, praticamente isolate. Mi metto a correre dal piano 78 al piano 40. Già, giù, giù finché incrocio i pompieri che salgono lentamente, stracarichi di maschere, tute, tubature. Chiedo: “Cosa è successo?”. “I don’t know, non lo so”. E tirano dritti».

Altre persone?

«È tutto bloccato. Incrocio una donna nuda, completamente bruciata e senza pelle, come una patata sbucciata. Ha gli occhi sbarrati nel vuoto, cammina e non dice nulla, si muove come un automa. Poco più in là passa un signore cieco, accompagnato dal cane, è tranquillo e rifiuta ogni tipo di aiuto: qualche mese dopo mi diranno che si è salvato pure lui».

Tensione? Scene di panico? Urla?

«Silenzio surreale, nessun rumore, grande fair play. Fa caldo, non si respira, vanno avanti le donne, gli anziani e le persone grasse, si scende  lentamente e con ordine fino al piano 23 (nel frattempo è passata un’ora), dove due tizi in abiti civili dirottano tutti in una grande stanza e non si capisce se è perché ci sono scale più sicure o per lasciare spazio ai pompieri. Quelli davanti a me si mettono in fila e superano la porta: c’è l’aria condizionata, le persone più stanche si riposano e si rinfrescano sedute contro le pareti».

Ma lei, Caputo, non si ferma.

«Noto crepe nei muri, acqua e fango che scorrono. Penso che l’aereo che ci ha colpiti potesse essere carico di dinamite, che i bulloni delle travi della torre potrebbero essere saltati. D’istinto, mi volto e torno indietro, vado alle scale d’emergenza e riprendo a correre: non c’è più nessuno, posso andare veloce. E qualcuno mi segue».

Giù, fino alla hall.

«Irriconoscibile, vetri rotti, detriti, i marmi di Carrara e i lampadari del Venini in frantumi. Cerco di orientarmi, arrivo all’ascensore che porta ai garage (gli unici che funzionano perché indipendenti da quelli centrali che erano crollati), sto per scendere alla macchina ma, improvvisamente e senza un perché, cambio idea, torno indietro ed esco dalla torre. È un campo di guerra, poche persone in giro, un’infinità di pezzi di carta che volano per aria. Provo a chiamare mio figlio, ma il cellulare è ancora bloccato. Alzo gli occhi ed è uno shock: l’altra torre è crollata, la mia è in fiamme. Giro l’angolo, faccio qualche metro e mi rivolto, ora la torre è diventata un’immensa palla di detriti che mi punta. Fuggo verso la Broadway, probabilmente correndo i cento metri più veloci della mia vita, ormai è il panico generale, c’è chi resta impietrito in mezzo alla strada, chi addirittura corre dalla parte sbagliata e va verso la morte sicura. Trovo un palazzo, apro la porta con un calcio ed entro, è buio pesto, mi accovaccio in un angolo con la testa tra le ginocchia».

Crolla anche la sua torre.

«Lo capisco dal rumore. Resto immobile anche dopo il boato, fermo così per una decina di minuti. Si apre la porta, entra un poliziotto, è una donna di colore. “C’è qualcuno?”. Rispondo, scopro che con me ci sono altre persone. Chiedo di farmi telefonare a mio figlio, riesco a dirgli che sono salvo».

Esce di lì e che fa?

«Mi incammino verso casa, c’è un caos terribile. Mi offrono un passaggio in auto, scendo perché si va più veloce a piedi. Arrivo, faccio una doccia, mi cambio e vado al ristorante “Le Cirque” per l’appuntamento. Sono le 13.05».

Scherza, vero?


«È la verità. Ma Moratti, bloccato in albergo, non c’è. E torno alle Twin Towers dove iniziano a intervistarmi».

Caputo, sull’11 settembre si è detto di tutto. Congetture, ipotesi strane. Lei che ne pensa?

«Un attentato di Al Qaeda, semplice. Quelle di Bush, degli ebrei, degli arabi che non c’erano sulle Torri sono tutte fregnacce e giochi politici».

Il dopo tragedia è un mix di tensione, polemiche, celebrazioni. C’è qualcosa che l’ha infastidita?

«Aver fatto passare per eroi tutti i pompieri. I veri eroi sono quelli morti perché saliti sulle torri. Gli altri... lasciamo perdere».

In che senso?


«Si fermavano a scavare oltre l’orario di lavoro perché avevano gli straordinari pagati a peso d’oro e quei soldi, uniti alla liquidazione, permettevano il pre-pensionamento».

Caputo, ultime curiosità: quanti soldi ha perso?


«In quell’ufficio ho lasciato tutto, 30 anni della mia vita: per 3 mesi non sono riuscito a tornare sulle rovine, era troppo shoccante. In tutto, al di là degli affetti, ho subito un danno di due milioni di dollari. Ho recuperato 70 mila dollari dall’assicurazione e 110 dai fondi di assistenza».

C’è qualcosa che non ha mai raccontato di quell’11 settembre?

«Ho agito in maniera irrazionale al venticinquesimo piano e al momento di andare in garage, non è da me. Credo che mi abbia guidato mia madre che non c’è più».

Dovesse rappresentare in un quadro questa sua storia? Quale è l’immagine più forte?

«La palla di detriti sopra di me. Non ci crederà, ma in quel momento mi sembrava di essere Indiana Jones».

Ultimissima, e non si offenda. Qualcuno sicuramente avrà pensato: e se Caputo si fosse inventato tuttoe quella mattina, in ufficio, non ci fosse mai stato?


«Non me ne importa niente. E comunque ho le prove. Basta chiedere a Massimo Jaus che mi ha chiamato per dirmi di scappare, oppure leggere i tabulati della telefonata che stavo effettuando con l’Italia al momento dell’impatto: ore 8.44, durata 1 minuto e due secondi. Poi, l’inferno».

intervista di Alessandro Dell'Orto

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