Appunto

Facci: la Kyenge, Calderoli e la giusta indifferenza

Giulio Bucchi

Dell’inopportunità di paragonare la Kyenge a un orango, in questa pagina, già si occupano altri. Io mi limiterei a ripetere una cosa semplice ma che pare ardua da comprendere: che lo scalcagnato esercito «razzista» non si combatte contrapponendogli un altro esercito «antirazzista», il quale, partendo da un’uscita di Calderoli a Treviglio, faccia esplodere una bomba mediatica internazionale. Non serve combattere le guerre già vinte: non è che il razzismo sarà sconfitto quando avremo dieci ministri come la Kyenge, sarà sconfitto quando l’etnia originaria sarà irrilevante al pari delle battute infantili. Negli Usa è presidente un uomo nero, ed è stato uno straordinario punto d’arrivo: ma il prossimo grande balzo sarà non notarlo neppure. Non serve essere anti-razzisti: basta essere normali, non badare neppure a certe sciocchezze, lasciarle macerare nel dimenticatoio della Storia o se volete a Treviglio. Altrimenti l’antirazzismo diventa una forma di razzismo blando, inconsapevole, a fin di bene: perché razzismo non è solo l’essere intolleranti con il diverso, ma è anche il sottolineare, ogni volta, che comunque è diverso. Per questo le battute sui nani sono peggiori di quelle sui neri: perché le prime mirano a un incolpevole difetto fisico, a uno svantaggio innegabile, mentre le seconde mirano al nulla, perché il colore è un dettaglio senza conseguenze.  Non dovrebbe impedirti di diventare ministro, il colore, e neppure aiutarti a diventarlo. di Filippo Facci