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La mappa della paura

Veleno industriale, qual è la regione italiana a rischio

25 Febbraio 2017

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Veleno industriale, qual è la regione italiana a rischio

Nel nordest la preoccupazione aumenta. Nel sangue di una cinquantina di quattordicenni vicentini sono state rilevate concentrazioni di Pfas 30 volte superiori alla media. I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) sono composti chimici riconosciuti come interferenti endocrini e correlati a patologie riguardanti soprattutto pelle, polmoni, tiroide, fegato e reni. Insomma, fanno male: se presenti in quantità massicce nell' organismo possono portare a malattie croniche o degenerative.
E quali sono le cause di questa allarmante situazione? Conclusioni non se ne possono ancora trarre. Cero è che si è trattato dei primi esami svolti su invito della Regione Veneto dai ragazzi che abitano nelle aree maggiormente interessate dai presunti sversamenti dalla Miteni, azienda chimica di Trissino - sempre in provincia di Vicenza - finita sotto indagine con l' accusa di aver inquinato per anni alcune falde acquifere del Vicentino, del Veronese e del Padovano. Il problema riguarda complessivamente 21 Comuni. I dirigenti dell' azienda hanno finora replicato alle accuse puntando il dito contro presunte falle del sistema consortile di depurazione, sottolineando che la produzione delle sostanze inquinanti è cessata nel 2011 e che prima di allora i reflui delle lavorazioni erano trattati internamente e poi inviati a sistemi di bonifica esterni.
Resta il fatto che nel sangue dei 50 ragazzi è stata riscontrata la presenza di 64 nanogrammi per grammo di Pfas, contro i 2-3 dei coetanei che risiedono al di fuori della cosiddetta "zona rossa", quella più inquinata. «È sorprendente - dice il direttore generale della Sanità del Veneto, Domenico Mantoan - dal 2013 questi ragazzi non bevono più acqua contaminata, visto che il livello di inquinamento viene abbattuto dai filtri negli acquedotti. Considerato che l' acqua è il mezzo principale di assorbimento di queste sostanze, le ipotesi sono due: o tre anni fa i valori nel sangue dei ragazzi erano elevatissimi, oppure i Pfas rimangono nell' organismo più di quanto si sappia». Allo screening hanno aderito l' 80 per cento dei nati nel 2012 nei Comuni sotto osservazione.
Tra le famiglie, come detto, la paura è tanta. Le Asl sono tempestate di richieste di informazioni. La Regione ha già avviato controlli a tappeto tra la popolazione: la prima fase riguarda 85mila persone.
Sennonché la preoccupazione dei cittadini è diventata ancor più forte dopo la diffusione dei risultati di una ricerca realizzata dal Registro Malattie Rare della Regione Veneto - inizialmente rimasta riservata - in base ai quali è emerso un incremento della preeclampsia e del diabete gestazionale nelle donne in gravidanza contaminate da Pfas e Pfoa (sostanza che fa parte della famiglia dei Pfas) tra il 2003 e il 2015. La preeclampsia, nota anche come gestosi, è una malattia che può mettere a rischio la vita della madre e del nascituro. Sempre stando a questa ricerca, i neonati più sottopeso sarebbero maggiormente esposti a malformazioni. «Questi però - precisano i dirigenti sanitari - sono eventi rari: c' è bisogno di un arco temporale di valutazione più esteso per giungere ad affermazioni più sicure». Il documento della Regione Veneto registra anche, nei 21 Comuni monitorati, un «moderato ma significativo eccesso di mortalità» causato da una serie di patologie (cardiopatite ischemica, malattie cardiovascolari, diabete mellito, Alzheimer e demenza) che potrebbero essere legate alle sostanze inquinanti.
Ma torniamo alla Miteni.
Nel sangue di decine di persone che lavorano o che hanno lavorato dal 1968 in poi nell' azienda vicentina, sono stati riscontrati livelli di Pfas fino a mille volte superiori. Le analisi, svolte dal servizio epidemiologico del Veneto hanno evidenziato anche che su 79 decessi tra i dipendenti della Miteni, 25 sono stati causati da malattie ischemiche, un dato 70 volte superiore a quello della popolazione veneta.
Trenta, invece, i decessi legati a neoplasie.
In Veneto il "caso Pfas" era scoppiato ufficialmente nel 2013 in seguito a uno studio condotto dal Cnr, il Centro Nazionale delle Ricerche. La questione è particolarmente intricata anche perché in Italia, a differenza di altri Stati europei come la Germania, la letteratura scientifica in materia è ancora molto scarsa.

di Alessandro Gonzato

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Commenti all'articolo

  • marino43

    25 Febbraio 2017 - 17:05

    Secondo voi che sapete tutto, chi deve fissare il limite dei valori? Scommetto che direte il governo. Ma da quando questo limite non è mai stato superato e da quando il limite è stato anche alzato? La regione non centra? La regione dirà che attendeva il governo... braviiiii...padania libera ma i limiti si attendono dal governo. Braviiiiiiii...

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