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Cosa nascondono?

Olindo e Rosa, i sette reperti che stanno per distruggere: perché nessuno li vuole esaminare

8 Luglio 2017

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Rosa Bazzi, Olindo Romano

Avevano preso una boccata di ossigeno gli avvocati della difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, considerati gli autori della strage di Erba e per questo condannati entrambi all’ergastolo, quando lo scorso aprile la Corte di Cassazione aveva emesso una sentenza storica, che riconosceva alla Corte di appello di Brescia la competenza ad autorizzare l’incidente probatorio su sette elementi di prova presenti sulla scena del crimine, alcuni esaminati in parte, altri del tutto trascurati. Tale sentenza segnava un cambio di passo rispetto all’approccio fino a poco tempo fa dominante che vedeva nei coniugi Romano dei mostri immeritevoli persino di essere difesi.

La Suprema Corte, a mente lucidissima, ha considerato prioritaria la necessità di garantire a chiunque una giusta difesa nonché un giusto processo, vincolando di fatto il tribunale di Brescia, competente anche per l’eventuale revisione del processo, ad espletare l’incidente probatorio, che ha l’obiettivo di cristallizzare l’esito dei nuovi esami scientifici, alcuni dei quali irripetibili.

Ma il diavolo ci ha messo ancora la coda. Nonostante ormai sia cambiato il clima nel quale la difesa dei Romano, costituita dagli avvocati Fabio Schembri, Nico D’Ascola e Luisa Bordeaux, ha dovuto svolgere il suo arduo lavoro e si sia manifestata da parte della società civile stessa la voglia di capire se siamo stati forse un po’ troppo frettolosi nel mettere in gattabuia il netturbino e la domestica, c’è ancora qualche forza che si oppone a qualsiasi ipotesi di revisione, qualcuno che - evidentemente - teme o ritiene inutile la verità. Noi vogliamo credere che questo qualcuno agisca in buonafede, ma ha destato uno sconcerto generale apprendere che un pubblico ministero del tribunale di Como, nonostante la Corte di Cassazione abbia emesso la sentenza che obbliga Brescia ad esaminare gli elementi estromessi dal processo e la difesa dei coniugi abbia richiesto alla Corte di Assise di Como una immediata proroga al provvedimento di distruzione di tali reperti, con zelo ha espresso parere favorevole perché questi venissero immediatamente distrutti, ergendosi al di sopra della Corte Suprema stessa che, sentenziando in tal modo, ha sancito indirettamente anche l’importanza di queste prove, non per scagionare i coniugi, ma per garantire a questi ultimi un equo processo, quello che forse Olindo e Rosa non hanno avuto mai.

Non sappiamo chi sia il pm - amante dell’ordine - che, forse per fare spazio negli archivi italiani, si prodiga per eliminare delle prove che forse potrebbero raccontarci una storia di ciò che è avvenuto la sera dell’11 dicembre del 2006 dentro la corte di via Diaz completamente diversa rispetto a quella che in questi anni si è imposta. Ma anche se questi elementi nuovi dovessero confermare la colpevolezza di Olindo e Rosa, sarebbe comunque fondamentale vagliarli, per dissipare ogni possibile dubbio e affinché non si possa mai più sostenere che lo Stato italiano abbia violato i diritti della difesa dei Romano.

«Quello che è successo è indicativo di una grande superficialità. C’è un provvedimento della Cassazione che ha statuito un incidente probatorio e quindi ci si aspetta che i reperti vengano semmai messi a disposizione per essere esaminati e non distrutti in modo irreversibile. A noi della difesa è apparsa come una richiesta quantomeno bizzarra, che ci ha lasciati perplessi», ha spiegato l’avvocato dei Romano, Fabio Schembri, che, grazie al suo tempestivo intervento, è riuscito a richiedere e ad ottenere la proroga che ha bloccato l’azione di distruzione delle nuove prove, nuove perché mai esaminate, nonostante si trattasse di elementi rinvenuti sulla scena del delitto. La Giustizia non dovrebbe temere la verità, semmai dovrebbe ricercarla. Quando è in gioco la vita di un essere umano, nessun elemento di prova dovrebbe essere escluso. Eppure succede troppo spesso.

di Azzurra Noemi Barbuto

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