La spiegazione

Perché lei uccide i figlima può vivere lo stesso

Andrea Tempestini

    di Cristiana Lodi «… E allora quella voce mi ha detto: “Uccidili!”». Silvia  ha spiegato così, al pubblico ministero di Busto Arsizio Mirko Monti, la sua storia privata finita in una tragedia fotocopia. Con i suoi due figli che volano dal balcone, come a Napoli a Capodanno si usa fare con i piatti. Sei anni il piccolino, 4 la secondogenita. Sono gravi in ospedale, i fratellini della palazzina elegante di viale Rodari. Il gelsomino in piena fioritura alle finestre, l’erba tosata di fresco nel giardino intorno e quel tavolino in plastica che ha attutito la caduta. Un volo di otto metri. Prima la femmina, poi il maschietto. Anche lui, come la sorellina, si è lasciato prendere in braccio dalla mamma che è andata verso il balcone. Credeva nel suo amore. Così come ci aveva creduto la piccola, un istante prima di aggrapparsi con forza disperata alla sua maglia, per non finire giù.   «L’ho fatto per il loro bene, perché non soffrissero davanti all’assenza di un futuro. Spero muoiano», ha ripetuto a sillabe di tono identico, Silvia. E non ha tradito emozione davanti al pm che le ha riassunto quel che aveva fatto, pretendendo di conoscerne il perché. Insomma quale fosse la ragione per cui avesse afferrato i suoi figli dal salotto mentre giocavano con i videogiochi seduti sul divano. Oltretutto a un metro dalla nonna materna, che scolava la pasta in cucina. L’anziano condomino del piano terra ha visto piombare la bambina sul tavolino bianco davanti al quale era seduto. Si è alzato di soprassalto per andare a chiamare l’ambulanza, ma la sua corsa è stata frenata dal secondo tonfo sordo. Quello dell’altro piccolino, venuto giù fra le grida. Anche dal terzo piano, da dove i fratellini sono volati, dirà una vicina corsa a prestare aiuto: «Si sentivano grida. Erano grida di: aiuto! aiuto!». Mentre Silvia, la madre che (forse in modo improprio) viene da definire «Medea», se ne stava accasciata e muta sul divano, dove un attimo prima giocavano i suoi figli. «Era come in trans», aggiunge la donna che l’ha raggiunta in casa. E che ha aspettato tornasse il marito, uscito poco prima a fare acquisti. «Le ho chiesto se avesse preso la pastiglia del mattino», dice ancora la testimone, «lei ha chinato la testa, in un cenno affermativo».  Quell’annuire silenzioso di Silvia è lo stesso che lei ha simulato davanti al magistrato nella sua confessione incosciente. Era uscita l’11 maggio dalla clinica psichiatrica dopo un mese di ricovero coatto. Depressione. Confusione. Paranoia. Deliro di allucinazioni. Chi lo sa? Di sicuro (qualunque esso sia) il male oscuro che l’ha inghiottita tempo addietro, era ancora prepotentemente vivo e pericoloso. Nonostante le dimissioni soltanto una settimana fa. Chissà se è stato per mancanza di letti. O per quali negligenza, abbandono o tabù.  Silvia Brusciani, sappiamo adesso, è detenuta ai domiciliari all’ospedale psichiatrico di Busto Arsizio. Piantonata e accusata del tentato duplice omicidio volontario dei figli. Il maschio è a Legnago con una frattura occipitale e una lesione a una vertebra, ma non ci sarebbero danni al midollo spinale. La femmina è a Busto col torace spezzato e un riversamento di sangue nel polmone. Se entrambi sopravviveranno, come i medici sperano e credono, dovranno trovare qualcuno che spieghi loro perché la mamma abbia cercato di ammazzarli. Lei non ha tentato di auto-eliminarsi, come invece fanno quasi sempre i padri assassini dei loro figli. Da ultimo lo abbiamo visto fare a Misilmeri, alle porte di Palermo, dove un poliziotto ha sparato al secondogenito di 7 anni, per poi fare fuoco contro di sé. E stessa cosa aveva fatto  Matthias Shepp, suicida a Foggia e il padre di Livia e Alessia: le gemelline svizzere delle quali non fu mai trovato il corpo. «La relazione genitoriale nell’uomo e nella donna è diversa», spiega il professore Michele Piccione, ordinario e  benemerito della Sapienza, «la madre tende a percepire il figlio come una prosecuzione di sé, un tuttuno col proprio corpo. Dunque quando uccide la creatura da lei partorita è come se già eliminasse una parte di sé stessa. Per il padre assassino è diverso: in questo caso l’impulso è la strage, che per essere attuata deve comprendere chi lo circonda, compreso se stesso».  Simonetta Matone, magistrato e già presidente del Tribunale dei minori, aggiunge che «un inasprimento della pena per le madri che uccidono non serve a risolvere il fenomeno dell’infanticidio. Dato che esso ha quasi sempre un movente di ordine psichiatrico. Il nodo non è quello giurisprudenziale o normativo, visto che l’omicidio aggravato dal vincolo della parentela è già punibile con pene appropriate, laddove c’è imputabilità. Occorrerebbe semmai regolare le strutture sanitarie, garantire posti letto a sufficienza e mettere gli psichiatri distribuiti sul territorio e che lavorano in trincea nelle condizioni di poter esercitare il loro lavoro senza dover lasciare le famiglie in balìa di queste madri. Che sono bombe a orologeria».