Il caso

Strage di Erba, hanno bruciato i reperti prima della sentenza della Cassazione

Cristina Agostini

Non conosce mezze misure la Giustizia in Italia. Spesso è troppo lenta. Qualche volta addirittura troppo veloce. Corre e si incarta, a discapito del cittadino. È accaduto così che i reperti mai analizzati che erano stati prelevati sulla scena del crimine della nota strage di Erba siano stati inspiegabilmente distrutti dall' Ufficio corpi di reato presso il Tribunale di Como, addirittura prima che la Corte di Cassazione - il 12 luglio scorso - si pronunciasse in merito all' obbligatorietà o meno di eseguire un incidente probatorio volto a cristallizzare i risultati degli esami - irripetibili - su questi elementi di prova che furono del tutto trascurati durante il processo. Tali prove, mai ammesse in dibattimento, sarebbero state date alle fiamme dal cancelliere capo in persona, il quale si è recato presso l' inceneritore di Como, come documentano le carte. Leggi anche: Ora si muovono i giudici: Olindo e Rosa, perché si possono salvare Già alle ore 10.30 del mattino del 12 luglio, ossia a dieci ore esatte dalla sentenza della Suprema Corte, quindi prima di conoscere l' esito del suo giudizio, i reperti non erano che un mucchietto di polvere. Non possiamo fare a meno di chiederci il perché di tanta fretta. Anche perché distruggere dei reperti di questo tipo senza autorizzazione è reato penale. E qualcuno adesso dovrà risponderne. MARCIA INDIETRO Occorre sottolineare che i giudici bresciani il 16 gennaio scorso, nel fare marcia indietro dichiarando inammissibile l' esecuzione degli accertamenti tecnici sui reperti, nonostante questa fosse stata precedentemente disposta dalla Cassazione, avevano stabilito la conservazione degli stessi finché non si fossero esaurite le vie di ricorso spettanti alla difesa, la quale con prudenza aveva chiesto con istanza del 28 luglio 2018 alla Corte d' Assise di Como la sospensione della distruzione degli elementi di prova, in attesa appunto del deposito della motivazione della sentenza della Cassazione e della prospettata nuova richiesta di accertamenti tecnici irripetibili. Lo stesso Tribunale di Como con provvedimento del 30 luglio dava disposizione all' Ufficio corpi di reato di Como di non eseguire la distruzione. Poi il colpo di scena: il primo agosto l' Ufficio corpi di reato, nonostante i plurimi provvedimenti di sospensione, comunicava di aver già distrutto i reperti, infischiandosene degli ordini ricevuti dagli organi superiori e della necessità di attendere che la Suprema Corte decidesse sul ricorso presentato della difesa. Insomma, al diavolo persino la gerarchia. TANTA PREMURA Non si capisce questo fatto inquietante, ossia perché la Cancelleria del Tribunale di Como, Ufficio corpi di reato, abbia avuto tanta premura di cancellare quelle prove mai analizzate, ritenute importanti dalla difesa dei Romano, se non addirittura decisive nello scagionare Olindo e Rosa, condannati all' ergastolo perché considerati autori dei delitti che si consumarono la sera dell' 11 dicembre del 2006 all' interno della corte di via Diaz ad Erba (dove furono uccisi a colpi di coltello e spranga Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini con il suo cane). Dopo il passaggio in giudicati della sentenza di condanna, in data 7 gennaio 2015, Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Nico D' Ascola, legali dei Romano, chiesero alla Corte d' Assise di Como, quale giudice dell' esecuzione, l' analisi di tali reperti, custoditi presso il Dipartimento di Medicina Legale - Università degli Studi di Pavia e il R.I.S. di Parma, al fine di svolgere indagini difensive volte alla promozione di un eventuale giudizio di revisione. Con un tempismo straordinario, il 20 febbraio dello stesso anno, ossia qualche settimana dopo la presentazione della richiesta, la Cancelleria del Tribunale di Como, Ufficio corpi di reato, chiedeva alla Corte d' Assise di Como cosa dovesse fare dei reperti custoditi. Il pubblico ministero Astori espresse parere favorevole alla distruzione, così la Corte d' Assise di Como sulla base di un semplice parere ne dispose l' eliminazione con decorrenza di un anno a partire dal 20 aprile 2015. Qualche giorno prima della scadenza di questo termine però gli avvocati dei Romano presentarono alla Corte d' Appello di Brescia l' istanza di incidente probatorio, chiedendo contestualmente a Como ed ottenendo la revoca del provvedimento di distruzione. Iniziò così l' iter di ricorsi che ha condotto fino a qui. Prima che codesto percorso si concludesse con la pronuncia della Cassazione ed il deposito delle motivazioni, i reperti sono stati repentinamente bruciati. Il che è quantomeno agghiacciante. Questo significa che numerose prove prelevate dalla scena del crimine e mai considerate non potranno mai più essere sottoposte ad accertamenti. E che Olindo e Rosa, del cui passaggio negli appartamenti in cui sono avvenuti i delitti non è stata trovata alcuna traccia, sono stati privati della possibilità di chiedere una revisione del processo in base all' esito delle analisi sui reperti ormai annientati da una Giustizia che ha più fretta di fare spazio tra le scartoffie che essere equa. Per fortuna, però, come ha specificato a Libero l' avvocato Schembri, non tutti gli elementi sono andati persi, bensì solo quelli che si trovavano presso la cancelleria di Como. Ecco perché il legale ha chiesto ed ottenuto dal giudice che le prove custodite presso l' Università di Pavia ed il R.I.S. di Parma vengano salvaguardate. di Azzurra Noemi Barbuto