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Sea Watch, la mappa della vergogna: cosa fa pur di non allontanarsi dall'Italia

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Davide Locano
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I La battaglia navale fra la Sea Watch e il governo italiano diventa una sfida legale e si sposta alla Corte europea dei Diritti dell' Uomo di Strasburgo. La questione avrebbe potuto essere già risolta, per metà nei Paesi Bassi e per metà in Germania, se avessero ascoltato il vicepremier e ministro dell' Interno Matteo Salvini. L'imbarcazione, che da quasi due settimane ha raccolto 43 migranti, batte bandiera olandese ed è emanazione di una Ong tedesca. Quindi «metà immigrati ad Amsterdam, l' altra metà a Berlino. E sequestro della nave pirata. Punto», commenta secco il titolare del Viminale. Chissà perché poi vogliono sbarcare proprio in Italia, dove i porti sono chiusi in base alle norme del decreto sicurezza recentemente divenuto legge, che consente di impedire l' accesso nelle acque territoriali italiane a navigli considerati minacciosi dal ministero dell' interno. Fanno la spola davanti all' isola di Lampedusa, convinti che prevalgano le leggi del mare (che obbligano sempre a prestare soccorso ai naufraghi) e i trattati internazionali che obbligano a sbarcare i richiedenti asilo al più presto nel porto sicuro più vicino. Leggi anche: Sea Watch, Salvini contro l'arcivescovo di Torino BATTAGLIA LEGALE Anzi, potranno addirittura evocare il diritto alla vita previsto dall' articolo 2 della Convenzione europea dei diritti umani (secondo cui «Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge» e l' articolo 3 della stessa Convenzione sulla proibizione della tortura, secondo cui «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti») per sollecitare misure ad interim che permettano lo sbarco dei migranti ancora a bordo della nave, suggerisce un portavoce della Corte europea dei diritti umani, la quale attendeva entro ieri sera le risposte del governo italiano e della stessa Ong prima di prendere una decisione in merito. Palazzo Chigi, con il contributo del Viminale, ha indicato il numero di persone che sono state sbarcate dalla nave, il loro stato di vulnerabilità e le misure previste dall' esecutivo, come pure la situazione a bordo. All' Ong sono invece state chieste informazioni sulle condizioni fisiche e mentali dei richiedenti asilo a bordo della nave e sulla loro eventuale condizione di vulnerabilità. La pressione internazionale intanto si intensifica, a partire da Bruxelles dove la portavoce della Commissione Europea, Natasha Bertaud invoca «una soluzione per le persone ancora a bordo», pur accogliendo «con favore il fatto che l' Italia abbia proceduto a sbarcare un certo numero di persone dalla Sea Watch 3 per ragioni di salute». In teoria, se ne dovrebbero occupare altri, visto che i più sofferenti sono già al riparo sulla Penisola. Quindi la Commissione esorta «gli Stati membri a tenere a mente gli imperativi umanitari e a contribuire a una rapida soluzione della situazione a bordo della Sea Watch 3». L'OFFERTA DI TORINO Può darsi che li accolgano a Torino, visto che il vescovo mons. Cesare Nosiglia ha già provveduto a trovar loro una sistemazione. «Noi ci siamo. Torino ha un numero abbastanza elevato di famiglie disposte ad accoglierli, è una particolarità specifica della nostra città, non ci sono solo realtà istituzionali o del terzo settore ma anche famiglie che hanno dato la loro disponibilità», annuncia il presule, senza precisare con quali garanzie che gli ospiti, in attesa di verificare se siano idonei alla protezione internazionale, vaghino per la città, il Piemonte, l' Italia o l' Europa. Oltre alla disponibilità della diocesi e delle famiglie, occorrerebbe anche l' assenso della cittadinanza e di chi riveste l' autorità di consentire l' ingresso agli stranieri nel territorio nazionale. Perché, casomai, Sua Eccellenza «potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà. Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi», osserva Salvini. di Andrea Morigi

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