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La recensione di Renato Farina

"Confini", le rapine diventano filosofia nel capolavoro di Maurizio Zottarelli

12 Febbraio 2020

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"Confini", le rapine diventano filosofia nel capolavoro di Maurizio Zottarelli

La storia è questa. La racconta Maurizio Zottarelli, in un thriller zuppo di sangue e di filosofia, intitolato Confini. Essa si dipana per 65 giorni. Una banda di rapinatori assalta una, due, tre, dieci, quindici ville. Aosta, Torino, Verona, Milano, Mantova, Pesaro, zig zag, capanni, masserie, brande, torture, e una parola, un ordine, pronunciato piano: la cassaforte.
Il capo è un albanese di nome Artur, emigrato in provincia di Brescia da un paesino vicino al lago di Scutari. Accanto a lui - più che accanto, una sola cosa con lui - c' è Engjëll (Angelo), innamorato di Danja, sorella di Artur. Gli altri quattro sono figure secondarie, un albanese, due romeni, e il peggiore di tutti, un italiano di Roma, Valerio. Nessuno però è un sub-uomo, neppure quando spezza le ossa, e affonda le nocche ferocemente nella poltiglia di carne di un vecchio: ciascuno ha sempre la possibilità di uscire dai confini dell' orrore o più semplicemente della cecità.
Contro (contro?) di loro c' è un ispettore di polizia, Danilo Alfieri, torinese, solitario, con una fidanzata-non-fidanzata, un' avvocata di nome Valeria, che lo aiuta, lo abbandona, ma alla fine c' è sempre, sostenendolo nelle indagini.
Il detective è paziente, meticoloso, lavora senza tregua, ma appare indolente ai capi, troppo spiritoso con i superiori, non ha fatto gran che carriera. Questa banda e l' ispettore sono in corsa perenne, ciascuno ha il suo confine, lo attraversa, si trattiene, incrocia quello degli altri.

Il titolo - I confini, che danno titolo al romanzo, sono quelli degli Stati, ma è solo un fatto secondario. Quelli sono confini che non scegliamo. I confini sono la nostra aurea angelica, non siamo fatti per farci del male, ma per che cosa siamo fatti? Ogni gesto, ogni pugno dato, ogni cristiano e ogni cane ammazzato, ogni bacio, sono una scelta, stare di qua o di là dal confine.
C' è Danja, c' è la stella, destinata a soffrire per tutti nell' innocenza, mescolata al male ma pura e purificatrice. Danja è come Sonia in Delitto e castigo di Dostoevskij.
In un mondo forgiato nello schifo non vuole, proprio non vuol saperne di pistole. Accetta il dovere quotidiano di ripulire in un villaggio da niente della periferia della periferia del mondo la casa del bibliotecario, e poi di accudire i fratellini e la mamma a letto con il cancro, sacchetto vuoto con un' anima delicata. Essa è il destino desiderato da Artur ed Engjëll mentre affondano nel sangue e si vogliono bene. Allo stesso modo, in tono minore, è Valentina che porta fuori dalla routine del cacciatore e del gioco di guardie e ladri, l' ispettore Alfieri. Forse, c' è un forse. Forse i confini della vita non sono solo ulteriori linee verso l' abisso, forse c' è un senso, una piccola luce oltre il confine.
Esso c' è per tutti, nessun uomo o donna, delinquente o brava persona è esentato. Attraversa tutti: buoni e cattivi, ogni volta si può scegliere la pistola, l' indifferenza, oppure no.
La storia è anche quest' altra, che riferisco con timidezza temendo il conflitto di interessi dato che si riferisce a uno di noi, un giornalista di Libero, che siede sul banco di lavoro del quotidiano di Feltri dal primo giorno. Questo romanzo è un capolavoro. Maurizio Zottarelli dimostra qui di essere un grande scrittore. Non ho dubbi al riguardo. Se non vince come minimo lo Strega, significa davvero che il successo e i premi sono un affare di camarille, e anche lì c' è chi si ostina a non vedere che ha attraversato un confine e si è insediato nella tribù di coloro per cui la vita è niente, violenza o no, amen, è buttata via.

L'autore - Accidenti, non ho ancora scritto gli elementi per cercarlo oppure ordinarlo in libreria, dove è approdato oggi, non credo ammucchiato in pile altissime. Maurizio Zottarelli, Confini, Morellini editore, pagine 339, euro16,90.
Per certi versi - e so che potrebbe essere una bestemmia - Zotta (lo chiamiamo così da queste parti) ricorda, non per lo stile, ma per il suo stare in redazione, il non pretendere di ascendere la gerarchia delle firme giornalistiche, ma macinare articoli altrui, comporre titoli, e scrivere quando gli è chiesto, pagine impeccabili, Dino Buzzati. Dove eravamo tutti mentre scriveva queste pagine? Certo ha già scritto opere teatrali, ha accompagnato come voce narrante Van de Sfroos, il cantautore lombardo, nei suoi tour. So che impegna il tempo libero e le ferie nell' arte di offrirsi come skipper di barche a vela, pur di andare al largo, lo fa gratis.
Ho scarabocchiato qualche nota mano a mano procedevo nelle pagine.
-Le trovate linguistiche sono cose mai lette, ritmo attinto da Hemingway o da Graham Green, le parole fanno vedere le cose note come mai viste.
-Si vuole leggere d' un fiato, perché avvince, è un thriller. Ma il fiato deve rallentare per pensare.
-È un romanzo che va sporcato con la matita, per tornare indietro, guardare con calma e raccogliere i fiori calpestati per la fretta.
Introduco e poi trascrivo mezza pagina. Alfieri si infila nell' appartamento di un tossico, a Roma. Sta cercando Valerio, il romano. Il tossico si chiama Pugliese, ma per tutti è "Spaghetto". «C' era un tavolino con una gamba rotta.
E un uomo seduto su una poltrona. Dal maglione usciva un braccio in cui si distinguevano ulna e radio. Il resto delle ossa era ammucchiato sulla poltrona». Valerio gli ha rubato tutto, tra poco verrà per ammazzarlo, probabilmente. Spaghetto lo sa, Alfieri glielo ripete, e lo avverte che farà la fine di Rosa, appena pugnalata a morte da Valerio. Siamo a pagina 263.
Spaghetto: «E chi se ne frega di Rosa? Io credo all' amico mio. Mi diceva che poi saremmo andati al mare insieme e io credo all' amico mio». Alfieri tacque.
Poi si girò per uscire.
Spaghetto: «Sì, fa tutto schifo. Ma in qualcosa uno deve pur credere, no? Se no che fa uno? S' ammazza. Io credo nell' amicizia, perciò lascia stare gli amici miei».
L' uomo tacque. Alfieri aspettò, poi si girò per uscire.
Spaghetto: «Sì, fa tutto schifo. Ma in qualcosa uno deve pur credere, no? Sbirro!».
Alfieri si girò. Si augurò che lui potesse trovare quel qualcosa per cui vivere. Lo augurò anche a se stesso.
In quegli stessi momenti, nel gelido gennaio, Artur ed Engjëll, sono in Abruzzo dalle parti di Chieti: «Presero a nord, verso Francavilla, attraverso vigneti spogli, come vecchi in mutande».

di Renato Farina

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