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Coronavirus, la testimonianza del dottore: "In guerra dall'alba a tarda notte, vi racconto la mia giornata"

Paola Natali
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I medici in prima linea non si fermano e, insieme agli infermieri ed al personale sanitario, continuano la loro battaglia per sconfiggere il coronavirus. Devono affrontare turni ed orari massacranti con un unico, grande obiettivo: salvare sempre più pazienti possibile. E noi, per aiutarli, dobbiamo fare una cosa sola: stare a casa. L’orologio non si guarda più, si sa quando si inizia un turno ma non si sa quando si finirà. Poi la vita cambia completamente non appena si chiudono le porte dell’ospedale e si ritorna a casa. Questo sacrificio ha un grande ed unico obiettivo: fare scendere la curva di contagio e diminuire il numero dei decessi. Storie di uomini e donne che, ogni giorno, affrontano una vera e propria missione. Purtroppo molti cittadini non hanno ancora capito, ancora troppa gente pensa di essere in vacanza ed ogni scusa è buona per uscire. Invece stare a casa non è un consiglio bensì la sola cosa utile che oggi si può fare in questa epocale battaglia contro il codiv19. 

Le storie di medici si intrecciano con quelle di tante persone che cercano di aiutare con piccoli grandi gesti per andare avanti e non fermarsi. 

Chiamo il Dottor Francesco Gentile, direttore dell’unità operativa complessa di cardiologia ed unità coronarica dell’ospedale Bassini e dell’ospedale di Sesto San Giovanni. 

Dott Gentile, come è la situazione da voi all’Ospedale Bassini? 
“La maggior parte dei reparti all’ospedale Bassini sono stati trasformati in covid: anche il mio, ovvero l’unità operativa complessa di cardiologia ed unità coronarica è stato adibito a seguire i pazienti positivi al virus. In tutta la struttura ospedaliera abbiamo un totale di 15 posti letto in terapia intensiva, arrivano pazienti anche da Bergamo, Brescia e da altri ospedali. Attualmente ci sono circa 130 persone affette da codiv e intubate, 14 in terapia intensiva. Resta solo un posto letto libero in terapia intensiva (martedì 17 marzo alle 18.41)”. 

Come è la sua giornata? 
“Mi alzo ogni mattina ed il mio primo pensiero va a tutti i pazienti che sono attualmente ricoverati nella mia unità coronarica e non, sperando che possano essere stati bene durante la notte. Arrivo in ospedale alle 7,30 e finisco quando la situazione si è, per così dire, tranquillizzata, potrebbero essere le 20 o le 22 ma capita anche di rientrare di notte se ci sono criticità”. 
  
Quanto è cambiato il vostro lavoro? 
“Ci siamo trovati tutti noi medici infermieri e personale dell’ospedale a svolgere un’attività per la quale non eravamo pronti. Abbiamo cambiato completamente le nostre attività, cercando di curare al meglio pazienti con grave emergenza respiratoria e proteggere  tutti gli operatori che lavorano nell’unita coronarica e cardiologia”. 

E la sua vita? 
“Ho compiuto 64 anni a dicembre, potevo andare in pensione ma avevo già deciso di rimanere ancora per sistemare alcune cose in reparto. Mai avrei immaginato di dover affrontare una simile emergenza. Sono sposato, quindi può immaginare anche a livello famigliare ho cercato di applicare  tutte le norme consigliate dall’OMS per fare il modo di non contrarre il virus e non trasmetterlo a casa o al personale sanitario. Tra le mura domestiche la vita è cambiata, tengo distanze di sicurezza con i miei famigliari indossando la mascherina, lavo sempre le mani per essere sicuro di non trasmettere il virus nemmeno toccando oggetti durante la giornata. Non avrei mai immaginato nella mia vita da cardiologo di dover affrontare questo cataclisma. Devo dire che in reparto ho trovato una grandissima collaborazione, una disponibilità a tutti i livelli che mi ha fatto scoprire un sistema dove tutti si stanno prodigando al massimo per il bene del paziente. Sono cambiati i rapporti con la direzione, con tutto il personale che gestiste ciò che gravita intorno all’ospedale e la rapidità nel reperire personale di supporto”. 

“Tutti noi in ospedale amiamo il nostro lavoro ma questo momento è particolarmente complesso anche livello anche personale. I pazienti covid sono soli, non hanno parenti vicini quindi ogni sera, alla fine del giro visita, chiamiamo al telefono tutti i famigliari per spiegare le condizioni del paziente ricoverato. Lei può ben immaginare cosa vuol dire comunicare per telefono e non vedere la persona: il rapporto medico paziente è fondamentale ed ancora di più quando devi parlare con i famigliari di pazienti condizioni critiche. Guardare negli occhi le persone è ben diverso che fare una telefonata”. 

Di cosa avete più bisogno in questo momento? 
“Purtroppo mancano tutti i presidi. Nonostante gli sforzi messi in atto, esiste ancora una scarsità di dispositivi di protezione per i sanitari e di farmici da somministrare ai pazienti codiv-19. Ieri, ad esempio, eravamo in carenza di mascherine e può ben immaginare cosa voglia dire: significa limitare al massimo l’approccio al paziente covid, i nostri pazienti sono in CPAP con casco quindi nebulizzano e se noi medici ci avviciniamo senza mascherine possiamo contrarre il virus. Con la nebulizzazione si formano gocce che arrivano dalla respirazione del paziente. In questa condizione drammatica, però, arrivano dei piccoli gesti da parte di privati come ad esempio il Dott Sergio Wu e suo figlio Alessandro ed associazioni.   
 
Piccoli ma grandi gesti fatti da cittadini che cercano di attivarsi per permettere  ai nostri medici di continuare a lavorare. Ho vissuto personalmente questa esperienza, visto la carenza di mascherine mi sono attivata e grazie ad Agnese Frigerio di Passione eventi, abbiamo contatto  Franco Morganti  e Alberto Morganti della Kapriol ,azienda che produce prodotti per la sicurezza del lavoro ed utensileria di lecco, che ha donato le ultime mascherine rimaste in magazzino cioè  1500  da suddividere tra l’ospedale Bassini, San Carlo , ospedale di Zingonia ed al Policlinico. Da quando è iniziata l’emergenza covid la Kapriol si è subito attivata donando piu di 100 mila mascherine da destinare ad  ospedali , protezioni civili , croce rosse e volonatari .  L’Azienda ha  chiuso da una settimana per proteggere i dipendenti.  Franco Morganti mi racconta che loro non  producono mascherine ma le importano  e che la problematica  è avere gli aerei per il trasporto ,non si capacita del motivo per il quale lo stato non organizza voli speciali per andarle a prenderle. 

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