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Coronavirus, il dramma nell'ospizio di Cingoli: anziani dimenticati, si ammalano tutti

Angelo Zinetti
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Quaranta anziani ospiti di una casa di riposo a Macerata, almeno 37 contagiati dal Covid-19. L' ultima trincea nella battaglia contro il Coronavirus è quella che si combatte negli ospizi, per salvare quella parte della popolazione che più rischia di morire per questa epidemia. Anziani, malati, spesso soli. A Cingoli, località turistica di poco più di diecimila abitanti, da qualche giorno alla paura del morbo si è sommata l'ansia per la sorte degli ospiti della casa di cura.

Qualcosa si muove nel mondo della politica. «Abbiamo segnalazioni preoccupanti di case di riposo» ha detto ieri il leader della Lega Matteo Salvini, «come quello di Cingoli in provincia di Macerata, dove tutti i 40 ospiti hanno contratto il Covid 19 ma mancano medici, mascherine, guanti e altri presidi per evitare ulteriori contagi. Ci risulta, ho parlato personalmente con il vicesindaco Filippo Saltamartini, che sia stato chiesto aiuto da giovedì scorso ma né dalla regione Marche, né dalla protezione civile sono arrivate risposte concrete. Bisogna intervenire subito a tutela di tutti i nostri cari che sono più fragili e indifesi. Servono medici, anche militari, e invio immediato delle protezioni contro il contagio. Scriverò anche al presidente del Consiglio per sensibilizzarlo sulla questione» .

A CATENA
«La situazione è drammatica», raccontava a la Stampa il sindaco Michele Vittori. Contagiate anche due operatrici della struttura. Una a sua volta ha infettato il marito. Infettato anche un medico di base e una infermiera. Il vicesindaco Filippo Saltamartini, già parlamentare di Forza Italia, ha idee chiare. «La casa di riposo andrebbe equiparata a un ospedale, ma il servizio sanitario nazionale non se ne fa carico. Ci rispondono di isolare i positivi e di fare con le nostre forze. Ma come? Non abbiamo medici, né infermieri, né mascherine o dispositivi di protezione. I dipendenti della cooperativa che assistono gli anziani sono eroici, continuano a fare le pulizie e preparare i pasti con protezioni di fortuna. Abbiamo bisogno di medici militari se non vengono quelli della Asl».

Il 10 marzo, Isolina Carbonari, di 89 anni si sente male. È appena stata visitata all'ospedale di Jesi. Tornata alla casa di riposo, si aggrava. Ora si sa che era positiva al Coronavirus ed è ricoverata in terapia intensiva a Camerino. Scatta l'allarme. Il Comune vieta gli ingressi alla Casa di riposo e contemporaneamente si fanno i tamponi. Al primo controllo risultavano 5 contagiati. Dopo qualche giorno nuovo tampone: altri 29 contagi. C'è una seconda vittima: Raffaele Focante, 70 anni, con patologie pregresse.

Il virus nel chiuso della Casa di riposo si diffonde veloce. Ma il Servizio sanitario non prende provvedimenti. Posti in ospedale per così tanti nuovi pazienti, non ce sono. Cingoli non può farcela. Su otto medici di base, due sono già fuori gioco. Ed è indispensabile preservare gli altri. Nonostante ciò, domenica un medico è andato a visitare gli anziani malati: li ha trovati in buone condizioni.

CHIUSURA
«Il Comune - dice Saltamartini - ha appena emesso una nuova ordinanza: chiediamo a tutti i nostri concittadini che siano entrati nella Casa di riposo dopo il 20 febbraio di notificarlo al sindaco, che è autorità sanitaria, oltre che alla ASL, e di osservare una quarantena volontaria di 15 giorni a casa». Insiste anche il sindaco Vittori: «È fondamentale bloccare il contagio. Chi è passato per la Casa di riposo, deve avvisare il Comune. Chi rientra da fuori, lo stesso. Tutti devono stare chiusi in casa salvo i casi consentiti. Non è solo un obbligo di legge, ma un valore morale. Per non spargere l'infezione nel nostro comune, chiedo di essere solidali. Solo in questo modo possiamo farcela».

Situazione analoga in Molise. Un nuovo grido d'allarme arriva dalle Case di riposo per anziani presenti su tutto il territorio molisano, l'assenza totale dei Dispositivi di protezione individuale, in particolare delle mascherine, promesse nei giorni scorsi dalla Protezione Civile regionale ma non ancora distribuite, in quanto ospizi privati. Considerata la natura delle strutture, paragonabile a quella degli ambulatori, risulta alquanto grave l'assenza dei dispositivi di protezione, sia per gli operatori impegnati quotidianamente nel garantire la propria mansione sia per gli ospiti.

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