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Coronavirus, gli uffici pubblici del Nord violano le direttive del governo. La denuncia del sindacato Unsa-Confsal

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Non ci sono solo i runner o i maniaci della spesa a violare le regole di distanziamento sociale previste dai vari provvedimenti che si sono accavallati nelle ultime settimane. Ad infrangere la legge ci sarebbero pure molti uffici pubblici, che invece di adottare il tele-lavoro e chiudere i battenti non solo restano aperti, ma consentono anche riunioni di persone in palese inadempienza delle norme disposte per fronteggiare la diffusione del Covid-19. Uffici che, incredibilmente, si trovano proprio nelle regioni dove il morbo sta dilagando. Secondo quanto denunciato ieri in una lettera inviata al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, dalla federazione Confsal-Unsa, infatti, i datori di lavoro del pubblico impiego che "ancora non rispettano la legge o fanno finta addirittura che la legge non esista" riguardano proprio il Nord Italia, la zona più a rischio d'Italia. "Troviamo ancora uffici pubblici in Lombardia, a Bergamo, a Lodi, a Milano, così come in Piemonte e in Veneto", scrive il segretario generale Massimo battaglia, dove continuano a verificarsi assembramenti di personale, e ciò sta accadendo anche in altre parti del Paese dove l'epidemia si sta propagando velocemente". Dopo aver sottolineato che non si riesce a comprendere una questione basilare, ovvero che "di fronte al diritto alla salute e alla vita la necessità del funzionamento tradizionale degli uffici appare recessiva", Il sindacato chiede al governo "una verifica immediata sul rispetto della normativa vigente, in ogni amministrazione, e di adottare ulteriori provvedimenti, anche di carattere sanzionatorio, per indurre i datori di lavoro a ridurre al minimo indispensabile la presenza negli uffici da parte del personale".

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