Ci sarebbe una "mente diabolica" dietro alla tragedia di Pietracatella. E non farebbe parte della famiglia Di Vita. Nuova svolta nel giallo dell'avvelenamento da ricina che ha sconvolto il paesino del Molise e l'Italia.
Durante una cena di Natale sono morte per intossicazione Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita. All'avvelenamento sono scampati il marito e padre Gianni Di Vita e la figlia maggiore Alice. Per settimane i due sopravvissuti e gli altri componenti del nucleo familiare allargato, compresa la cugina che li ha ospitati dopo il dramma, sono stati messi sotto torchio, ascoltati, interrogati, ri-convocati. Sono stati analizzati i loro rapporti, il contenuto delle chat di smartphone e pc, nel tentativo di ricostruire rapporti e potenziali motivi di odio personale che potrebbero aver spinto qualcuno a uccidere.
Nelle ultime ore, addirittura, si era ipotizzato che a maneggiare la letale ricina fossero state le stesse mamma e figlia, le vittime. Un mosaico di dubbi e sospetti a cui ora si sarebbe aggiunta una nuova tessera. Forse una certezza, per gli inquirenti.
In Questura a Campobasso stanno continuando le operazioni di estrazione dei dati dai device informatici sequestrati nella casa dei Di Vita. Domani, lunedì 25 maggio, Gianni sarà nuovamente ascoltato dagli agenti della squadra mobile. "Credo che all'esito dell'estrapolazione ci sarà da risentire qualcuno, per trovare conferma o meno di quello che emergerà. Per il resto noi siamo assolutamente tranquilli e fiduciosi. Proattivi rispetto all'esigenza di far emergere la verità", spiega l'avvocato Facciolla, difensore di Alice e Gianni Di Vita.
L'ultima indiscrezione sarebbe appunto quella relativa a una "mente diabolica" che avrebbe approfittato delle cene tra parenti per le feste di Natale per mettere in atto il piano omicida. E forse per la prima volta dopo mesi, i sospetti ora sembrano uscire dalla cerchia dei consanguinei.