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La lupa e l'aquila prigioniere al Campidoglio

Prima il Sindaco facente funzioni Pietro Venturi, poi il Governatore di Roma Giuseppe Bottai, lanciarono l'idea di sistemare nelle gabbie i due animali. Lo strazio si concluse all’inizio degli anni ’70
di Sergio De Benedetti martedì 9 giugno 2026

2' di lettura

Ad una persona inquieta che non riesce a stare ferma, a Roma le si dice: «Ahò, me pari la Lupa der Campidojo». La Città Eterna divenne formalmente capitale d’Italia il 27 marzo 1861, cioè 10 giorni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia avvenuta a Torino. Dopo la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, la questione prese corpo e il 3 febbraio 1871 il concetto di capitale d’Italia venne ribadito dopo gli avvicendamenti di Torino e Firenze. Queste le scarne notizie ufficiali che, come avrete potuto notare, rasentano i 10 anni dall’investitura formale. Più prosaicamente, durante un Consiglio Comunale della Città, il Sindaco facente funzioni Pietro Venturi (non risultando ancora decaduto il precedente, Luigi Pianciani) lanciò il 28 agosto 1872 la proposta di posizionare in Campidoglio sul fianco sinistro della cordonata una lupa in carne ed ossa da sistemare in una gabbia, quale simbolo dei due gemelli Romolo e Remo (trovati in una cesta nei pressi del Tevere) che essa allattò salvandoli dalla fame.

Il provvedimento comunale stabiliva anche una spesa mensile per il sostentamento e l’assunzione di un custode. Nel febbraio del 1935, il Governatore di Roma, Giuseppe Bottai, nello spostare la lupa in una gabbia un poco più grande proprio ai piedi della Rupe Tarpea, aggiunse un’altra gabbia dove venne inserita un’aquila quale simbolo del dominio, della sovranità e della regalità. L’aquila durò una decina d’anni e subito dopo la guerra venne portata presso il Giardino Zoologico poiché sarebbe stato impossibile reinserirla in un ambiente naturale. E così, la povera lupa rimase di nuovo sola e senza nemmeno il conforto dei bambini che dopo la fine degli anni ’40 smisero gradualmente di interessarsi all’animale, sempre più depressa, spelacchiata e in continuo movimento.

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A metà degli anni ’50, un cittadino inglese residente a Roma, Marian Johnson, scrisse al Times denunciando la barbarie della lupa in gabbia ed il giornale romano Il Messaggero riprese l’articolo con particolare enfasi, riuscendo ad interessare l’opinione pubblica, il Giardino Zoologico di Roma e soprattutto l’Ente Nazionale Protezione Animali. E quando tutto sembrava evolversi in senso positivo, motu proprio il Sindaco di Roma (dal 1947 al ’56), Salvatore Rebecchini, interveniva limitandosi ad ordinare una gabbia più grande proprio quando moriva l’ultima lupa, sostituita senza vergogna da un giovane maschio! Lo strazio si concluse all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso quando i moti animalisti dilagavano ormai in tutto il mondo.

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