Bestiario

Pansa: Renzi e Franceschini, il duo comico che fa piangere

Giulio Bucchi

Sempre più spesso i comizi politici di Matteo Renzi assomigliano ai numeri del vecchio varietà. Visto alla tivù di Sky, che ci mostra di continuo il sindaco di Firenze in primo piano e in alta definizione, la prima sensazione è di avere di fronte un allievo del grande comico Maurizio Crozza. Le smorfie di Renzi sono identiche, altrettanto uguale è la ricerca della battuta  capace di suscitare la risata e l’applauso degli spettatori. Inoltre Matteo si muove sul palco da affabulatore esperto. Conciona rivolto a sinistra, poi si gira e parla a chi sta seduto a destra. Se non lo sapessimo impegnato nella più importante battaglia politica della sua vita, ci verrebbe da pensare che il numero preferito di Renzi sia la parodia dell’aspirante leader. Tanto scafato da non prendere sul serio neppure se stesso. Le folle che lo ascoltano ridono a più non posso. Soprattutto gli anziani, davvero tanti.  Li capisco perché anch’io ho i capelli bianchi. E senza pagare un biglietto d’ingresso, mi divertirei per tutta una sera. Poi andrei a dormire contento. Se quella di Renzi è una strategia mediatica suggerita da uno spin doctor come Giorgio Gori o da qualche altro super professionista, adesso dovrà modificarla. Da un po’ di giorni il nuovo Crozza ha un partner che nessuno prevedeva. È Dario Franceschini, titolare di Area Dem, una sub corrente del Partito democratico. Lui è stato il primo, nel vertice del Pd, a dichiarare l’ap - poggio a Renzi. Lohafatto infischiandosi del rango di ministro nel governo Letta. E soprattutto rinnegando i giudizi al veleno che aveva sempre scaricato sul sindaco di Firenze. Per il mancato rispetto del rango ministeriale lascio perdere. Viviamo in un’epoca che disprezza lo stile personale e l’eleganza nei comportamenti. Il ruolo delicato di Franceschini nel governo, ministro per i rapporti con il Parlamento, avrebbe dovuto suggerirgli di restare defilato nella contesa per la segreteria del Pd, la prima tappa della corsa a conquistare la poltrona di premier oggi occupata da Enrico Letta. Il grande Totò diceva di sè: «Signori si nasce. E io, modestamente, lo nacqui ». Ma i tempi sono cambiati, inutile piangerci sopra. Invece i giudizi al curaro rimangono. Soprattutto quelli affidati a Internet. C’è sempre chi li tira fuori. Nel novembre 2012, durante la battaglia per la leadership del Pd, Franceschini si era mostrato velenoso nel confronti di Renzi. Perché si ricordava della battutaccia di Matteo su di lui, proprio nel giorno della sua elezione a segretario. Era il febbraio 2009 e in quel momento Renzi era il presidente democratico della provincia di Firenze. Non tenne a freno il proprio gusto per il calcio del mulo. E disse subito: «Se Veltroni è stato un disastro, adesso al suo posto hanno eletto il vicedisastro, Franceschini ».  Dario ha la faccia del bravo ragazzo cresciuto in parrocchia, ma nonètipo daporgere l’altra guancia. E alle primariedemocratiche gli restituì la cortesia. Lo ricorda su Italia oggi Bonifacio Borruso. Il 28novembre2012, Franceschini scrisse: «Tra la competenza e l’esperienza di Bersani e la rottamazione di Renzi non ci possono essere dubbi su chi affidare l’Italia dopo Monti».Sempre in quel novembre, concluso il faccia-a-faccia su Sky, twittò: «Bersani ragiona, Renzi recita». E ancora: «D’Alema e Veltroni, vanno ringraziati, non rottamati ». Uno che si ricorda tutti i trascorsi di Dario è Pippo Civati, il solitario rompiscatole democratico. Ha detto: «Franceschini è un paraguru, pochi mesi fa proponeva regole opposte a quelle volute da Renzi». Bazzecole,dal momentochela coerenza non è più una virtù. Del resto Franceschini ha un’altra virtù che in politica conta molto. È la capacità di sopportare gli sberleffi più pesanti. Quando prese il posto di Veltroni, il Riformistadi Antonio Polito scrisse che era stato nominato un re Franceschiniello. Perverso fu l’anatema di Repubblica, la corazzata che pretende di dettar legge ai democratici. Il giornale-partito al comando di Ezio Mauro non esitò a paragonare Franceschini al maresciallo Pietro Badoglio. E sentenziò che, dopo di lui, sarebbe arrivato l’8 settembre del Pd. Di solito le previsioni di Repubblica toppano, nel senso che si rivelano sbagliate. Ma in quel caso si avverarono. E senza metterci troppo tempo. Non appena eletto segretario del Pd, Franceschini mise in mostra difetti caratteriali che pochi gli conoscevano. Si rivelò un politico rozzo, sbrigativo, sprezzante. E un signore astioso, pronto al litigio e alla battuta sgradevole, facile a diventare isterico. Cominciò a bollare come fascista tutto ciò che non gli piaceva. Arrivando a paragonare le ronde volontarie anticlandestini, sorte in molti centri dell’Italia del nord, alle camicie nere di Mussolini. Ma il più fascista di tutti era Silvio Berlusconi.  La breve segreteria di Dario fu segnata da una contrapposizione esasperata al Cavaliere. Rimane celebre una domanda che Dario rivolse agli ascoltatori: affidereste l’educazione dei vostri figli a un uomo come Berlusconi? Il Cav veniva accusato di ogni nequizia. Persino quella di voler fare dell’Italia un paese come il Turkmenistan, una delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Ma di solito le sue invettive erano più banali e sempre alquanto deboli. A sentir lui, il Berlusca intendeva picconare la Costituzione e togliere la libertà agli italiani. Del resto aveva già cominciato a farlo mettendo il bavaglio ai media, un’altra bufala inventata da Dario. Per rendersi credibile, dava del servo a tutti. Specialmente ai giornalisti che gli capitavano a tiro nei talk show televisivi. Ormai il suogrido di guerra, lanciato in diretta tv, era diventato così frequente da risultare grottesco: «Attenzione, vi avverto che questo è un dipendente di Berlusconi!». A me Franceschini sembrava un tipo insicuro. E per questo motivo sempre nervoso, incapace di stare fermo dinanzi alle telecamere, agitato, pronto a scattare, come un adolescente che tema di non superare un esame. Ogni volta alle prese con l’ansia da prestazione, il guaiochepuò mettereko chiunque si senta inferiore al compito che ha di fronte.  E così continuò a sbagliare sino alla fine del mandato. L’errore più marchiano lo commise alla vigilia del voto europeo del giugno 2009. Intervistato dal Tg1 sbottò: «Chi non vota, chi sta a casa, di fatto vota per Silvio Berlusconi!». Lì per lì pensai di aver compreso male. Invece erano proprio parole sue. Pronunciate con il tono del presuntuoso che ammonisce gli elettori: ho ragione io, non provate a contraddirmi, sennò mi arrabbio. Fu proprio l’esito di quella consultazione a decidere la caduta della segreteria di Franceschini. Per il Pd si rivelò una catastrofe: appena il 26 per cento dei voti, ben pochi rispetto al Pdl arrivato al 35 per cento. Alla fine dell’otto - bre 2009 Dario fu sostituito da Bersani. Per non mortificarlo del tutto, gli venne assegnata la poltrona di capogruppo alla Camera. Poi è diventato ministro. E adesso si schiera con Renzi. Il duo Matteo & Dario, 38 anni il primo e 55 il secondo, è di certo in grado di farci ridere. Ma sarebbe un errore fatale per entrambi. L’Italia del 2013 non ha bisogno di comici, bensì di politici severi edi carattere duro, che aiutino il paese a uscire dai guai. Letta è uno di questi. Può esserlo anche Renzi? Nessuno sa dirlo. Però immagino che, se vincerà il posto di segretario del Pd, il ridanciano Matteo si libererà di colpo della presenza di Dario, un socio non cercato. E ben poco gradito agli stessi renziani. di Giampaolo Pansa