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Il direttore

Vittorio Feltri sul saggio di Antonio Polito: il modo giusto per rapportarsi alla propria prole

29 Ottobre 2017

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Vittorio Feltri

Essere padre, come essere buoni padri. Ma anche ricordarci del nostro essere stati figli. In fondo siamo stati educati da bambini e adolescenti, per essere buoni padri. In una catena di generazioni, che restituisce ciò che ha ricevuto, aggiungendovi o togliendovi qualcosa. Ma ecco che negli ultimi decenni la catena si è spezzata. La tradizione si è rotta.

Una volta c'era la possibilità di “tradere”, consegnare l'eredità, oppure di “tradire”: i due termini hanno la stessa radice etimologica. Implicano comunque un passaggio, lo scegliere se accettare o rifiutare un patrimonio. Adesso, dice Antonio Polito, questa comunicazione di un senso della vita, di un modo di guardare le cose, che è l'etica ma anche qualche cosa di più impossibile da descrivere a parole, non c'è più. Tutto nel nostro tempo è fatto per impedire un rapporto tra padri e figli che sia la comunicazione di un'esperienza. La chiama con parola dell’americanese sociologico desruption: interruzione. Il guaio è che ormai questo blocco è quasi sempre accettato come ovvio. Una specie di ingolfamento di ideali, valori, sentimenti dovuto alle macerie di un mondo finito, ma tutto intorno a noi dice che un by-pass è impossibile. Si riconosce che tutto ciò non è molto bello, e determina problemi, addirittura malattie mentali, nevrosi. Una volta si era nervosi, e i genitori ci portavano qualche giorno in montagna. Adesso si è passati alla nevrosi, e si sciolgono con sedute terapeutiche. Il risultato è che i padri sono soli, i figli sono soli, ma più calmi, più sereni.

Come se lo scopo della vita, tutto questo ambaradan della storia dell’umanità, fosse una questione da risolvere andando tutti quanti dallo psicologo, sia i padri sia i figli, così si soffre di meno. Polito vuole qualcosa di più. Vuole sfondare il portone del castello, alzare il ponte levatoio. Non sapevo che un laico conclamato come lui si fosse aperto a don Luigi Giussani e al successore don Julián Carrón, ma propone la loro stessa idea: far risorgere le domande essenziali, far rinascere il desiderio di infinito, e provare a manifestarsi come padri autorevoli e non autoritari, toccando il loro “punto infiammato” (Cesare Pavese), rivelandosi a loro come “persone ricche di coscienza della realtà”. È questo che “genera novità, stupore, rispetto”. E il padre diventa una “figura attraente”. Io attraente? Figuriamoci. Ma capisco che cosa vuol dire. E riconosco che così è stato per me. Non si scappa da questo. I dettati morali, talvolta espressi con durezza, sono efficaci se nascono in un contesto in cui si percepisce, perfino nel contrasto, che l'altro porta in sé una luce che arriva da lontano, un testimone che puoi raccogliere.

Mia madre è stata un po’ padre per me, essendo il genitore numero 1, come si usa dire adesso, morto mentre ero un bambino piccolo. Non parlava molto, mia mamma, e lavorava sempre per poterci mantenere con decoro. Ci ha tirati grandi insieme a sua sorella. Il suo modo di educarci è stato l'esempio. Rispettava le persone, le cose, aveva il senso dei momenti gravi della vita, che non affrontava mai con ansia disperata, e ne avrebbe avuto ben donde. Cosa fosse il bene e che cosa fosse il male ce li ha trasmessi così: alzandosi prestissimo, più sostanza che dolcezza. L’educazione impartita trovava continuità nei preti e nella scuola. Il mondo era coeso. La povertà non era sorda, chiusa, avevamo speranza e coscienza di dover costruire qualcosa di buono. Non so se io abbia fatto lo stesso coi miei figli. Lo dicano loro. Non invidio la loro fatica di oggi. Io concordo con Polito: è roba difficile, un sesto grado superiore, ma ci si può attrezzare. Questo libro aiuta. Non ne ho ancora detto il titolo. Rimedio. Si chiama Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza eredità (Marsilio, euro 17, pp. 173) e ha per scopo risvegliare nei padri la memoria di un compito.

Dice in buona sostanza Polito, e usa la parola amore - io la evito perché mi ricorda le riviste sui tavolini dei parrucchieri, del resto nel mio dialetto non esiste «ti amo»-: bisogna voler bene ai figli, ma senza conformarsi ai modelli di amore diffusi, che equivalgono al lassismo, a coltivare il culto del loro narcisismo. Non si ha diritto a essere amati dai nostri figli, ma non possiamo comprare il loro affetto consegnandoli a una indipendenza precoce. In realtà, come l’autore mostra con ferocia, l'indipendenza presunta degli adolescenti e dei ragazzini si trasforma in dipendenza paurosa dalle mode apprese su internet, un mondo social dove si consuma il segno più clamoroso di questa impossibilità di comunicare, parlarsi, guardarsi.

In questo io sono ancora più drastico di Antonio. Essere contro questi strumenti di comunicazione è come essere contro le autostrade. Il problema è il totalitarismo autostradale. Non si può vivere sempre dentro quelle corsie, convinti di navigare liberamente, e in realtà transumando in gregge, come indicano i famosi top trend. E anche qui credo conti l'esempio. Il saper proporre qualcosa di più fascinoso di un altro sito web.

Il libro di Polito è una miniera in lavorazione. Invito ad addentrarcisi. Si scoprirà subito che merita di essere letto a scuola, soprattutto dai professori, per insegnare a scrivere ed esprimersi con chiarezza, che vuol dire rispetto dell'altro: la prosa è quella dei saggi brevi di Benedetto Croce, senza enfasi, piana, veloce e senza fretta (ossimoro, figlioli, è un ossimoro). Da questa miniera, dicevo, molta roba l’ha tirata fuori l’autore, pescandola dalla sua esperienza. Ma non ha sigillato gli ingressi, accontentandosi di rivenderci a buon prezzo i suoi ritrovamenti. Fa questo, dà consigli, rischia sentenze. Ma non è il centro del volume.

Propone piuttosto un metodo. È un invito ad andar giù, senza casco, nelle gallerie dove c’è il rischio di grisù o di inciampare contro materiali della nostra vita mai risolti. Si possono però ritrovare alcune cose preziose e dimenticate. Dopo di che Polito ci invita a riportare su i reperti per guardarli meglio, immergendoli nella nostra coscienza di padri che siamo stati, ma in fondo lo siamo sempre, perché è una dimensione che ci tiriamo sempre dietro, lo si voglia o no. Specialmente davanti allo specchio.

(Polito, tranquillo, non scriverò il libro: Riprendiamoci i nostri nipoti. La solitudine dei nonni. Preferisco stiano a casa loro).

di Vittorio Feltri

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Commenti all'articolo

  • 275724@hidden.com

    275724

    30 Ottobre 2017 - 09:09

    Come sempre grande articolo di Vittorio Feltri e, ..come sempre, patetica, astiosa e becera risposta dell'ubriacone Perin: ultima Zecca Rossa rimasta in Veneto. Perin!.. te l'ho detto 20 volte: impiccati sul ponte del fiume Piave: lurida deiezione umana.

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