Pansa: ecco perché il teatrino di Bergamo non fa ripartire la Lega

Giulio Bucchi

È stata abbastanza tetra la serata dell’Orgoglio padano a Bergamo. Un trionfo? No, un mezzo funerale. Con il generale caduto in guerra che non vuole finire su una lapide, Umberto Bossi. E il colonnello rimasto in vita, Roberto Maroni, che non può ancora succedergli perché gli altri boiardi meditano  di sbarrargli la strada. Attorno a loro qualche migliaio di militanti in pieno marasma. Tante scope appena acquistate per ripulire il vertice. Qualche cartello irridente. Slogan sempre uguali sulla Padania libera. Insomma, un flop capace di rivelare soltanto la tragedia di un partito. La Lega si ritrova in una fase nuova e terribile della propria storia: quella di scoprirsi su una terra di nessuno, dove non esistono capi e può accadere di tutto. Anche le parole del lessico leghista hanno perso significato. A Bergamo si è gridato per l’ennesima volta alla secessione. Ma senza spiegare quale debba essere. Il distacco della Padania dall’Italia o degli elettori padani dalla Lega? È uno dei rebus che i big in camicia verde dovranno sciogliere. Nella cerimonia funebre, il personaggio più coerente mi è sembrato proprio la vittima di queste giornate folli. Bossi era stato tirato a lucido dai parenti nella villa di Gemonio. I capelli freschi di parrucchiere. Un perfetto abito grigio. Una cravatta dal colore incerto. L’ho scrutato con il rispetto che si deve alle persone malate, in preda allo sfinimento, incapaci di trattenere le lacrime. Poi il Senatur si è provato a borbottare una confusa difesa e ha rovinato tutto. Non mi aspettavo che concionasse ancora di un complotto ai danni della Lega. Invece lui si è inoltrato a tentoni lungo questo vicolo cieco. Complotto di chi? Dei soliti poteri forti, di Roma ladrona, della Spectre bancaria globale, dei partiti al servizio del professor Monti che vogliono distruggere l’unica opposizione? L’Umberto non ci ha spiegato nulla. Ha preferito recitare la parte del genitore troppo buono che si è portato i figli sul ring della politica e li ha visti andare al tappeto. Piangendo, ha chiesto scusa ai militanti leghisti per aver commesso questo errore. «Dovevo tenerli lontani» ha aggiunto, «e farli studiare all’estero». A Bergamo in molti avranno riso. Il Trota chino sui libri in qualche terra straniera? E lo stesso i suoi fratelli? Centinaia di ragazze e ragazzi italiani vanno a studiare in Germania, in Gran Bretagna, negli Stati uniti. Però è molto più comodo comprarsi una laurea finta in qualche finta università oltre confine. Ma un padre che gli consenta questo espediente, per di più a carico dei contribuenti onesti, dovrebbe essere moralmente fucilato alla schiena. Il successore in pectore, Maroni, non ha saputo o voluto distinguersi dal leader morente. Nella bolgia bergamasca ci ha rifilato un discorso di grezza banalità. Frasi gridate e ripetute due volte, per non correre il rischio di sembrare un politico avveduto e capace di proposte nuove. Del resto, non era il momento giusto, considerati i serpenti sotto le foglie che cercano già di rendergli difficile la vita. Purtroppo per lui, le dirette televisive lo hanno fatto sembrare piccolo piccolo rispetto all’impresa gigantesca che lo attende. Maroni ha pensato di cavarsela con una mozione degli affetti colma di ipocrisia. È successo quando ha strillato: «Se Bossi si candiderà a segretario federale della Lega, io sono pronto a votarlo!». A quel punto, sulla serata dell’orgoglio, è spirato un vento assurdo. Riportare il Senatur sul trono? La mummia dell’imperatore al posto di un nuovo re? È già accaduto nella storia, ma soltanto alla vigilia di un disastro. Tuttavia il delfino, mai indicato come tale dal sovrano, non poteva condursi in modo diverso, almeno a Bergamo. Eppure chi possiede ancora un briciolo di fiducia nella politica italiana, ha bisogno di sapere che partito sarà la Lega maroniana. Viaggerà da sola come quella bossista o cercherà un alleato? Tenterà di scovarlo a destra oppure a sinistra? Difenderà gli interessi del nord, logorati dalla recessione, o continuerà a illudere i propri militanti con le favole sul governo indipendente  padano? Quando si andrà a votare, che programma presenterà agli elettori? Il buonsenso suggerisce di dare a Maroni un po’ di tempo. Qualche settimana l’ha già guadagnata, con l’impegno di eleggere entro giugno il segretario federale e gli organi dirigenti del partito. È un percorso che va accelerato. Anche correndo il pericolo di forti contrasti interni. Non può finire tutto a baci e abbracci, come è accaduto sul palco di Bergamo, anche fra Bossi e Maroni. Il rito del bacio porta iella. Le ricordiamo le slinguate che i gerarchi sovietici si scambiavano sulla Piazza Rossa, quando l’Urss stava già andando a carte quarantotto. Finirà così anche la piccola Lega? Non so dirlo. Per il momento, Bossi, Maroni & C. possono ritrovarsi con un nemico alle porte. È Rosi Mauro, la badante dell’Umberto, il padreterno che l’ha voluta vicepresidente del Senato. Mentre a Bergamo gli sbaciucchianti garantivano che l’avrebbero espulsa, la signora stava ben piantata sulle poltrone bianche di Porta a porta. Per niente intimidita dal trovarsi per la prima volta nel santuario vespista, abituato a ben altre chiappe.  Forse anche l’ostinazione della “Nera” si rivelerà una bolla di sapone. Ma per il momento la signora rimane un enigma gonfio di pericoli. Lei rappresenta la pena del contrappasso per una parrocchia maschilista come la Lega. Dove le donne non hanno mai contato nulla per il semplice motivo che non possono avercelo duro. Conosce vita, morte e miracoli del Cerchio magico bossiano. Quando parlerà, se deciderà di farlo, il tempio del Senatur crollerà, rivelando i segreti che nasconde. Siamo alle solite. Tutti i potenti della storia, a cominciare dai più autoritari, hanno visto una donna difenderli e poi distruggerli. Consiglio ai leghisti di essere molto cauti nel tentare di demolire la Rosi. Lei ha dedicato a Bossi la propria vita, a cominciare dalla giovinezza. Lo dimostrano anche le fotografie pubblicate ieri da Libero: una bellezza mediterranea, dal volto spavaldo e l’aria della ragazza che sa il fatto suo, con una faccia da schiaffi che guata un branco di maschi.  Oggi la Rosi inizia ad avere qualche ruga. Però non sembra diventata il tipo di donna disposta a cedere le armi e a perdere tutto senza combattere. Indicarla come una strega non è soltanto poco elegante, ma assai pericoloso. Le streghe sono imprevedibili. Possono diventare micidiali, bombe che camminano. Rosi Mauro possiede ricordi, testimonianze, carte, fotografie in grado di distruggere chiunque nel  vertice leghista. Con tanti saluti ai delfini, ai baci, ai veleni tra cortigiani che giurano di amarsi mentre si odiano. Quanto accadrà d’ora in poi ci aiuterà a capire meglio quello che è successo alla Lega. Se la “Nera” si farà cacciare restando in silenzio, tutto sembrerà una farsa. Se invece deciderà di far esplodere la propria cintura da kamikaze, il botto resterà  nella storia di una partitocrazia morente. di Giampaolo Pansa