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Caro paranoico Bocchino, ma dove vive? Il falco finiano ci accusa di stalking

Italo sporge denuncia contro 'Libero' e 'il Giornale'. Dovrebbe imparare a incassare dai leader Dc / PANSA

Andrea Tempestini
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Devo un ringraziamento personale all'onorevole Italo Bocchino, il numero due dei futuristi finiani. La sua smodata denuncia per stalking, ossia per molestie politiche, contro «Libero» e il «Giornale» mi ha obbligato a riflettere sulla Prima Repubblica e sui leader che la incarnavano. Anch'io ho scritto cosacce su quell'epoca, durata più di cinquant'anni. Ma considerati i tempi odierni, comincio a pensare che non fosse un tempo diabolico. D'ora in poi, sarà bene che gli dedichi un altro po' di revisionismo, in onore dei capi politici di allora. Sul conto di Amintore Fanfani, abbiamo detto di tutto e di più. Lo chiamavamo il Nano maledetto, il Tiranno, il Fanfascista, Oppure il  “Fanfani nanetto - fascista perfetto”. Mezzo Toscano, da gettare nella spazzatura. Quando da segretario della Dc guidò la battaglia contro il divorzio, il livello degli insulti si alzò sino a diventare una tempesta furiosa. Ma un giorno lui mi disse, sornione: «Continui pure a scrivere contro di me, dottor Pansa. Faccia conto che sia io a pagarle ogni suo articolo!».  Andò peggio a Giulio Andreotti. Il Gobbo, Belzebù, un mafioso ad honorem, capace di baciare Totò Riina, un golpista, il fantasma nero all'origine di tutti gli scandali. Lo stesso trattamento venne inflitto a Bettino Craxi, il Cinghialone da abbattere. Per non parlare dei personaggi minori, come Arnaldo Forlani. Quando Gianfranco Piazzesi, e non il sottoscritto come molti pensano, cominciò a chiamarlo il Coniglio Mannaro, non s'inalberò e continuò a mostrare la sua calma olimpica. Nel 1978 uscì nelle sale un film di Roberto Faenza, “Forza Italia!”. Era un lavoro di montaggio dall'irriverenza suprema. Seguiva un canovaccio scritto da due giornalisti di rango: Antonio Padellaro, oggi direttore del «Fatto», e Carlo Rossella, ai giorni nostri pezzo grosso dell'impero mediatico di Silvio Berlusconi. Non mi risulta che la Dc, bersaglio del film, abbia chiesto che venisse espulso dalle sale. E non mi pare, salvo smentita, che sia mai stato denunciato da qualche papavero della Balena bianca.  Un giorno Palmiro Togliatti aveva spiegato, con cinico buonsenso: «Chi fa politica deve avere la pelle del rinoceronte». Voleva dire che quanti rivestono un ruolo pubblico hanno l'obbligo di mostrarsi insensibili agli attacchi dei giornali. In questo la Dc era un colosso d'acciaio. Potevi bombardarla con il napalm, ma non reagiva. Non ricordo di essere stato denunciato da un big democristiano, tranne uno di cui dirò. A mandarci in tribunale erano, di solito, ministri o parlamentari dei partiti piccoli. Loro non sopportavano neppure l'ironia dei giornalisti.  Un giorno scrissi su «Repubblica» un battuta a proposito del senatore Francesco Parrino, socialdemocratico, sottosegretario ai Beni culturali del quinto gabinetto Fanfani. L'avevo notato mentre sedeva al banco del governo e osservai che aveva l'aria del vecchio guappo assonnato. Parrino prese cappello e mi querelò. Forse perché non era napoletano, ma siciliano di Alcamo, provincia di Trapani. E la parola guappo dovette sembrargli infamante.  Venni rinviato a giudizio e poi processato. Il mio difensore era l'avvocato Gianni Le Pera, un grande professionista. L'udienza durò un'intera mattinata. E fu dominata da un accanito dibattito lessicale a proposito della parola “guappo”. Era offensiva o no? Vennero messi in campo diversi vocabolari. Poi la sorte mi fu benigna. E i giudici mi assolsero.  Poteva andarmi peggio in un'altra circostanza. Quella volta la querela era partita, caso più unico che raro, da un democristiano: Vittorio Sbardella, oggi scomparso. Era un andreottiano di ferro che avevo soprannominato “Lo Squalo” perché mi pareva ridesse in modo squalesco. Ma Sbardella era assai di più: un vero uomo di potere che a Roma contava non dico quanto il Papa, ma quasi.  Sulle prime, Sbardella sopportò le mie sfottiture ripetute. Poi s'incavolò e mi mandò sotto processo per un Bestiario pubblicato nel settembre 1989 su «Panorama», allora diretto da Claudio Rinaldi. Il titolo diceva: “Uno Squalo per sindaco”.  A difendermi era l'avvocato Vittorio D'Ajello. Come accade sempre, si cercò di convincere Sbardella a ritirare la querela. Ma lui non volle saperne. Arrivò persino a denunciarmi davanti a un tribunale europeo. Sostenendo che per averlo chiamato Squalo avevo commesso un attentato alla sua persona.  A risolvere il problema fu una guerra: il primo conflitto in Iraq, scoppiato nel gennaio 1991. Nel vertice di «Repubblica» ero l'unico pacifista. E scrissi un articolo per congratularmi con Sbardella, uno dei parlamentari che avevano votato no all'attacco americano. Fu allora che successe un piccolo miracolo. Sbardella mi scrisse una lettera cordiale. E poi ritirò la querela. L'udienza fissata per il gennaio 1992 non si tenne perché i reati ascritti a me e a Rinaldi erano estinti.  Dedico questi ricordi a Bocchino. Forse anche lui può imparare qualcosa dai vecchi leoni della Prima Repubblica. Non conosco se abbia sentito parlare di Fanfani, Andreotti & C. Quelli erano signori che sapevano stare al mondo. Pure loro non potevano soffrire i giornalisti. Ma avevano la pelle del rinoceronte, come raccomandava il compagno Togliatti. Non quella delicata di certi signorini della politica di oggi. di Giampaolo Pansa

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