Veleni, bugie e piazze vuote: il referendum fa male al Pd

Giulio Bucchi

L’appuntamento era alle 14. Tutti a piazza del Popolo per «il grande evento di chiusura della campagna per i 4 Sì ai referendum» (citiamo dal sito dell’Italia dei Valori). Un concertone live, così recitavano i manifesti, lungo tutta la giornata. Con nomi di richiamo: Simone Cristicchi, Frankie Hi-Nrg, Nada, Nathalie. Organizzato dal comitato “Io voto”, sposato da Pd, Italia dei Valori, Verdi e altri cespugli a sinistra. Doveva essere una specie di copia del concertone del primo maggio, la grande chiusura della campagna per il Sì. Musica e impegno civile. Alle 15.30 ci saranno cinquanta persone in piazza. Molti sono turisti che si fermano per dare un’occhiata. Altri sono di passaggio dopo lo shopping o lo struscio a via del Corso. Una decina di ragazzi sono seduti sotto l’obelisco. E poi: un extracomunitario che vende libri sull’Africa, un altro rose rosse, un artista di strada vestito da sfinge. Il sole è impietoso, d’accordo. Ma la campagna referendaria è stata massiccia. E sono impegnati i due principali partiti di opposizione. Dal palco sono in difficoltà e cercano di giustificare il flop: «L’informazione non è stata delle migliori, ma grazie a voi che ci siete. I primi sono sempre i migliori! E mi raccomando: votate, votate, votate!».  Alle 16 siamo a quota cento persone scarse. Tutte di una certa età. Oliviero Diliberto attraversa la piazza. Indisturbato. Sul palco, intanto, si avvicendano gruppi musicali. Sconosciuti. Gli stand montati ai lati della piazza (quello del Manifesto, dell’Unità, del Fatto, del Pd, dell’Idv, dei Verdi) sono drammaticamente deserti. Le pile di gadget e volantini sono sui tavoli. Intonsi. Arriva una coppia con passeggino, si guardano di qua e di là. Mandano sul maxi-schermo un video di Al Gore. Canta Giovanni Baglioni, figlio del più noto padre. E poi i Velvet, Er Piotta. Alle 17 l’unica zona davvero piena è la striscia di ombra formata dal riflesso dell’obelisco. Si forma una curiosa fila di cercatori d’ombra. Come alla Posta. Nella parte dietro l’obelisco, intanto, continua il via vai di passanti. Del tutto indifferenti al concertone. Sulla sinistra tre signori coi capelli bianchi sventolano una bandiera rossa del Partito socialista italiano. Poco più in là, altri pensionati brandiscono quattro bandiere dell’Italia dei Valori. Ore 18. Trecento persone. Forse. I cameramen si sforzano di fare inquadrature strette. Nessuno dal palco azzarda numeri sia pure gonfiati. Il colpo d’occhio è evidente. Anche per gli organizzatori è complicato far finta di niente. «Salutiamo tutti quelli che ci seguono su Internet, ci dicono che sono tantissimi!». E invitano le folle di internauti a raggiungere la piazza reale. Va in onda un video di Ligabue, preceduto da una scritta che sa di beffa: “Concertone per il sì”. Seguono Moni Ovadia, Pierluigi Odifreddi. I presentatori non si danno per vinti: «Piazza del Popolo oggi è davvero una piazza del popolo!». Il popolo non fiata. Dalle parti del Pd, dietro al palco, c’è molto nervosismo. Bersani deve arrivare intorno alle 17 e la piazza è mezza vuota. «L’organizzazione», spiegano, «non l’abbiamo fatta noi. Si sono occupati di tutto quelli di “Io voto”, noi ci siamo tenuti fuori per non mettere il cappello su questa piazza e perché ci è stato chiesto proprio da loro». Tradotto: non ci hanno voluto e questo è il risultato. I partiti hanno pagato le spese per l’allestimento del palco. Il resto era compito del comitato. Alessio Pascucci, uno dei capi di “Io voto”, dà la colpa alla scelta del giorno: «Abbiamo deciso di farlo oggi perché era la chiusura della campagna referendaria, ma è chiaro che in un giorno feriale è complicato portare gente». Arriva Di Pietro. Poi Bersani che dice: «Siamo a un passo dal quorum». Si fanno un bagno di telecamere. Di folla è complicato. Intanto Nichi Vendola fa sapere che si candiderà alle primarie. Solo quando è buio, la striscia sotto il palco si riempie. Ma subito dietro è il deserto. Nel back stage gira questa battuta: «Se vale il reciproco di piazze piene urne vuote, questa piazza magari è incoraggiante...». Magari. di Elisa Calessi