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E' Rom? Può saltare la scuola. Parola del giudice di Bologna

La legge impone l'obbligo fino a 16 anni, ma il tribunale respinge la richiesta di affidarla ai servizi: "E' il loro modo di vivere"

Andrea Tempestini
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«La condizione nomade e la stessa cultura di provenienza non induce a ritenere la sussistenza di elementi di pregiudizio per la minore». Con questa motivazione il Tribunale di Bologna ha impedito al procuratore dei minori di affidare ai servizi sociali una bambina rom la cui famiglia non vuole mandarla a scuola. Violando la legge italiana che impone l'obbligo scolastico fino a 16 anni e lasciando la minore nelle condizioni di povertà e degrado a cui i servizi sociali la volevano strappare sottraendola ai genitori. La decisione riapre il dibattito sulla convivenza e l'integrazione tra culture nelle società multietniche. C'è una bambina di 12 anni che vive in un campo rom alla periferia di Parma. Frequenta la prima media in una scuola della città. Frequenta per modo di dire, un giorno è in classe, i due successivi è assente. Tra le proteste degli insegnanti e i genitori che non si fanno mai vedere a scuola, contenti di tenerla a casa e - chissà - magari di mandarla a mendicare per strada.  Gli assistenti sociali denunciano il caso alle autorità; la polizia municipale va al campo rom e accerta le «pessime condizioni igieniche» in cui si trova la bambina. La famiglia vive ai margini della legalità, come tante famiglie di etnia rom sparse per l'Italia nei campi improvvisati sparsi nelle grandi e piccole città italiane. L'ALLONTANAMENTO Allora Ugo Pastore, procuratore dei minori a Bologna, chiede al tribunale di allontanare la bimba dal campo e dalla sua famiglia per garantirle un'istruzione e una vita degna di questo nome. Il procuratore cita la legislazione italiana a difesa dei minori e la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989. Tra cui spicca proprio il diritto all'istruzione, insieme a tanti altri diritti negati a questa bambina. La richiesta, però, prima che in punto di diritto, parrebbe guidata dal buon senso di una persona spinta da nobili ideali. La scuola è la prima, decisiva palestra d'integrazione per i ragazzi ed esserne privati ostacola la corretta formazione dei fanciulli. Soprattutto per una bambina di famiglia nomade. Ma a sorpresa una creativa sezione della Corte d'Appello di Bologna, presieduta da Vincenzo De Robertis, con due magistrati togati e due laici, respinge la richiesta di allontanamento dalla famiglia: la bimba resti con i genitori nel campo rom e continui pure a saltare la scuola. Per la Corte, infatti,  non sono provati «comportamenti dei genitori non riferibili al normale modo di vita per condizione e per origine». Non mandare a scuola la figlia e farla vivere in condizioni igieniche precarie non rappresenta quindi un “pregiudizio” sufficiente. I rom, insomma, sono abituati a fare così da sempre e per questo sono autorizzati a continure a comportarsi al di fuori della legge. Li autorizza la loro tradizione secolare di nomadismo. La decisione non trova d'accordo nemmeno gli esperti di cultura rom. PARERI DISCORDI Dimitris Argiropoulos, docente universitario e aderente alla Federazione Romanì  per i rom, domanda: «Se un italiano è povero e non cura i figli si dice che è colpa della sua origine?».  Maria Amigoni, preside di frontiera a Bologna, afferma: «Questa sentenza non la capisco». Se non la capisce la Amigoni, che da anni va a prendere i bambini rom nei campi per portarli a scuola, figurarsi come possono capirla i cittadini comuni. Insorge la Lega locale:  «La frequentazione della scuola dell'obbligo rappresenta un momento imprescindibile nel difficile percorso finalizzato a educare i giovani rom a comportamenti compatibili con i criteri di civile convivenza del nostro paese». di Simone Savoia

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