Parla Villas Boas. La filosofia del mister contro i fannulloni

Andrea Tempestini

Daniel Sousa aveva un sogno: scrivere la sua tesi di laurea su André Villas Boas. Quel sogno si è avverato nel 2009 e gli ha cambiato la vita: oggi Daniel è lo scout di fiducia del portoghese. Più o meno quello che era successo allo stesso André con Bobby Robson prima e Josè Mourinho poi. E il Telegraph - alla vigilia della prima partita di AVB sulla panchina del Chelsea (solo 0-0 con lo Stoke City nonostante il report sugli avversari  stilato da Daniel) ha scovato il testo di quell’intervista, un sunto della filosofia di Villas Boas. «Nel calcio si sono più spazi di quanto si pensi, ma tanti giocatori non capiscono il gioco. Hanno una vita è facile: stipendi alti, al massimo cinque ore di lavoro al giorno. E non riescono a concentrarsi», diceva due anni fa Villas Boas, all’epoca tecnico dell’Academica, «quelli del Barcellona, però, sono diversi». Si deve tenere la palla per vincere? «Non necessariamente. I top club inglesi, prima dell’avvento di Arsene Wenger, controllavano le partite senza  possesso palla. Forse oggi il controllo del possesso è una necessità perché  le grandi squadre hanno più giocatori di qualità delle altre». Ma il controllo del match deve portare ad aver occasioni da gol... quali sono i reparti più importanti per questo obiettivo? «Dipende da come imposti la squadra. I grandi club oggi non chiedono penetrazioni verticali ai centrocampisti, ma preferiscono utilizzare le ali. Ma tu, come allenatore, devi conoscere bene i tuoi giocatori e decidere come organizzarli. Ci sono giocatori più importanti di altri: i centrocampisti difensivi. Ma - a eccezione di Pirlo, Xabi Alonso e forse Cambiasso -  questi giocatori si limitano al gioco orizzontale. Ma perché non usarli come un fattore sorpresa con le verticalizzazioni?». Mourinho ha cambiato il calcio? «C’è stata un’evoluzione nel linguaggio e nell’analisi del calcio da quando Mourinho ha iniziato ad allenare. Le persone hanno cominciato a guardare oltre la formazione,  a parlare delle dinamiche interne al team e di come queste siano più importanti della formazione stessa». Che differenza c’è tra giocare con tre o quattro centrocampisti? «Benitez ha rivoluzionato il tradizionale 4-4-2 inglese tradizionale, rendendolo più veloce e vario. Ma il 4-4-2 con il rombo è completamente diverso: è un modulo che crea più problemi agli avversari grazie ai due pivot, ma lascia più spazi ai loro attacchi. Io sono fan del 4-3-3. Quello di Mourinho nel Chelsea è stato qualcosa di mai visto: dinamico, aggressivo, pronto al contropiede. Poi c’è quello del Barça, ma con le squadre inglesi non potrebbe mai funzionare: si perderebbero troppi palloni. Ad esempio, Lampard spesso di arrabbiava con Drogba perché sbagliava molti controlli di palla: così noi costringemmo Drogba a muoversi solo in profondità». Come si affronta un “catenaccio”? «Si deve costruire l’azione con i difensori. Poi bisogna “provocare” gli avversari con il pallone, ma molte squadre non sanno farlo. È l’idea di Van Gaal di una “circolazione continua” della palla fino a quando non si cambia direzione all’improvviso in verticale. Guardiola pensa sia decisivo, noi la vedevamo un po’ diversamente: facevamo iniziare l’azione da Terry o da Carvalho e invitavamo un avversario a pressare: così avevamo meno uomini da affrontare». intervista originale di Duncan White dal “The  Telegraph” tradotto da Francesco Perugini