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Ecco la manovra delle libertà Zero tasse e 400 miliardi

Libero presenta l'antidoto alla stangata: no patrimoniale, vendere proprietà pubbliche. Il Cav ci ripensa: cambiare la supertassa

Andrea Tempestini
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Silvio Berlusconi a mitigare - se non proprio a eliminare - il contributo di solidarietà, alias la 'supertassa', ci pensa da tempo. Lo stralcio della norma tanto odiata è in cima ai pensieri del Cavaliere. Di sicuro, per ora, c'è il fatto che Angelino Alfano nell'incontro con i vertici del partito ha accolto con favore l'idea di ridurre il prelievo: 5% secco e soltanto sui redditi superiori ai 200mila euro. E nei giorni cruciali della manovra succede che Umberto Bossi scivola dal letto e si rompe una spalla. Quasi un segno del destino: il Senatùr non potrà sedersi ai tavoli più caldi per difendere le prerogative della Lega Nord: pensioni ed Enti locali su tutto. Così la scena viene presa da Roberto Calderoli, da cui arriva subito una cauta apertura per un ritocco al sistema previdenziale ("Via le pensioni di chi non ha mai lavorato"). Il ministro per la Semplificazione, però, tiene chiusa la porta per quel che riguarda le Province: "Non si toccano". Segue il pezzo di Alessandro Giorgiutti, "La manovra delle libertà" proposta da Libero. La “manovra  delle libertà” vale 400 miliardi. E senza un euro di tasse in più. Solo tagli alla spesa e cessioni del patrimonio pubblico. Una contro-manovra che avrebbe  tre ricadute.  Aggredirebbe il nemico numero uno, il debito pubblico. Non avrebbe un effetto depressivo sull'economia. E, infine,  allontanerebbe da  Berlusconi lo spettro del George Bush del  «read my lips: no new taxes», «leggete le mie labbra: niente nuove tasse». Promessa non mantenuta, per la quale fu punito alle elezioni presidenziali del 1992... Presentare manovre alternative a quella del governo è la moda dell'estate. Lo ha fatto Pier Luigi Bersani, lo ha fatto Luca Cordero di Montezemolo. Per quanto diverse,  le due proposte hanno un punto in comune: la patrimoniale. Meglio la tassa sugli immobili di lusso che il contributo di solidarietà, si potrà obiettare. Ma c'è un'altra possibilità:   mettere sul mercato una parte del patrimonio pubblico detenuto da Stato, regioni e comuni. Una proposta avanzata da  Libero  lo scorso 11 agosto (quando peraltro la stangata bis da 45 miliardi era ancora di là da venire). Scriveva Maurizio Belpietro: «Se si prendessero gli immobili e le partecipazioni nelle varie società pubbliche tipo Enel, Eni, Finmeccanica e altro, e si mettesse tutto dentro una grande holding da quotare, lasciando allo stato solo il 30%   mentre il resto sarebbe messo sul mercato, quanto incasserebbe il governo? Tre o quattrocento miliardi?»   Certo l'operazione è  complessa: vendere,   ai prezzi attuali, potrebbe non essere conveniente. Ma l'ipotesi, nella formula della superholding o in altre forme, dovrebbe essere presa in considerazione. Altro punto centrale della contro-finanziaria  sarebbe l'intervento sul sistema pensionistico. Giusto per dare un'idea del margine di manovra: nell'ipotesi “lacrime e sangue ”  (un intervento brutale che portasse in poco tempo  a 70 anni l'età di uscita dal mondo del lavoro) si risparmierebbero, a regime, 40 miliardi di euro. Naturalmente tra questa terapia choc  e  l'assenza  assoluta di interventi c'è  spazio per formule intermedie che consentirebbero comunque risparmi notevoli. Altra storica battaglia di Libero: l'abolizione delle province. Sui potenziali risparmi di questo taglio  sono aleggiate cifre leggendarie. In realtà, le province costano sì, all'incirca, 17 miliardi l'anno (spesa cresciuta del 70%  negli ultimi dieci anni) ma svolgono anche compiti necessari (scuole, strade, eccetera) che, in caso di loro soppressione, verrebbero assegnati ad altri enti. Tuttavia l'abolizione totale porterebbe  nelle casse dello Stato  4,1 miliardi (è il  costo della macchina burocratica). Più qualche centinaia di milioni  di  stipendi  dei politici interessati. I leghisti soffrirebbero per le minori province? Ma si rallegrerebbero per l'anticipo dei costi standard sulle spese sanitarie. La misura fa parte del pacchetto sul federalismo fiscale, anche se paradossalmente prevede una forma  di  “centralismo” virtuoso. I costi (di una garza, di una siringa, di una protesi) non dovranno superare limiti  prefissati, validi per tutti. La riforma, prevista per il 2013  e che Libero propone di anticipare di un anno, farebbe risparmiare  dai 4 ai 6 miliardi annui. Ma sul piano dei tagli c'è solo l'imbarazzo della scelta. L'economista Mario Baldassarri  individua nella voce  “acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni”  (140 miliardi) un  buco nero sospetto, che nasconde sprechi e  regalie: un taglio di 20 miliardi (e anche più) non dovrebbe essere troppo doloroso.  Più simbolico, ma mica tanto, il taglio del numero dei parlamentari. Un dimezzamento di deputati e senatori porterebbe a risparmiare quasi un miliardo. Ma se  la riforma fosse accompagnata dal superamento del bicameralismo perfetto e da una ridefinizione dei compiti del Senato ci  guadagneremmo anche in rapidità ed efficienza del processo legislativo. Infine,  c'è il comparto delle agevolazioni fiscali: il governo ha già messo in conto una sforbiciata alle varie voci  qualora   saltasse  la riforma fiscale e assistenziale. Il taglio (5%  il primo anno e 20%  il secondo) comporterebbe risparmi superiori, però, ai 20 miliardi previsti. La Cgia di Mestre li ha calcolati in 31 miliardi. L'importante è agire cum grano salis: come scriveva ieri Franco Bechis, un conto è  negare  un favore   a una lobby industriale, altro   discorso sarebbe  abolire  le detrazioni Irpef per carichi familiari... di Alessandro Giorgiutti

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