Lapo Elkann dal trans al tram: auto su rotaie, quasi linciato

Andrea Tempestini

Non ce la può fare. Ormai è evidente, qualunque tentativo di insegnargli come si sta al mondo, o anche semplicemente che esiste un mondo in cui ci si relaziona con altre persone, è destinato a un ignominioso fallimento. Parliamo di Lapo Elkann, l’eterno fanciullo, la pecora nera dai capelli ricciuti rossi che accanto al fratello John, una specie di cyborg programmato per gestire aziende, fa la figura dell’intruso in casa, dell’erede diabolicamente destinato a far sprofondare una fu grande famiglia. Ieri il nostro Lapo ha parcheggiato la sua utilitaria, un suv mastodontico con una sobria carrozzeria mimetica stile Desert Storm, giusto quello che ci vuole per non farsi notare, accanto alle rotaie del tram in corso San Gottardo a Milano. Qualunque altra forma di vita intelligente avrebbe compreso che, con quel veicolo da sbarco tra marciapiede e carreggiata, il tram mai e poi mai sarebbe riuscito a passare. Ma Lapo non sa che farsene di simili ragionamenti da buon senso borghese. Lui è uno che a primi di settembre porta in testa un cappello di lana grigia perché i capelli rossi, prima dell’arrivo dell’autunno, stonano con l’arredo urbano.  E poi sicuramente andava di corsa, forse qualche rivoluzionaria iniziativa per la sua “factory creativa”, la Independent Ideas di cui è manager e designer, e viene il sospetto che l’indipendenza citata nel brand sia soprattutto dalla sede del pensiero. Comunque, sia che il suo ribollente cerebro stesse disegnando a occhi aperti un giubbetto mimetico in kevlar con la scritta “ITALIA” in serie limitata o qualche altro accessorio da vendere a un prezzo base di migliaia di euro, sia che dovesse raggiungere di corsa una riunione per definire meglio il concetto di “no-brand” che ispira la sua società, sta di fatto che per mezz’ora, sopraggiunto fatalmente il tram, lo si è dovuto attendere.  Il suo arrivo non è stato salutato precisamente con entusiasmo, né dai passeggeri inferociti né dai passanti. Le fotografie scattate sul posto mostrano espliciti inviti a andare, lui e il suo carrarmato, a quel paese. E il buon Lapo, calcato il berretto trendy in testa, è montato sul suv senza fare una piega, appena disturbato da quel vociare incomprensibile del volgo, e si è allontanato. Si può stare sicuri che già cinque minuti dopo non ricordava più niente, né il tram, né i passeggeri inferociti, né gli inviti a portarsi a quel paese. Rifletteva forse così: com’è possibile che le strade di Milano siano così ineleganti, maleducate, ostili al suo catafalco da guerra? E perché nel 2011 circola ancora un mezzo d’epoca umbertina come il tram, quando è evidente che sarebbe tempo di utilizzare i Suv a propulsione nucleare già progettati dalla Indipendent Ideas, la sua factory creativa, e il cui prototipo è già stato consegnato a Marchionne insieme a un maglioncino in kevlar? Certo, tentare di entrare in quella fucina di invenzioni, slanci psichedelici, fiondate del pensiero che è la mente di Lapo non è facile, ma più o meno basta guardarlo dritto nelle pupille degli occhi, per capire che di quel momento Lapo conserverà appena qualche pallida rimembranza, ovattata dal confortevole tepore del suo berretto di lana, che gli ricorda tanto l’orsacchiotto che aveva da piccolo, il cui nome non era Teddy, ma Brand, e con il quale parlava a voce alta mentre John, in salotto, faceva finta d’ascoltare i soporiferi romanzi del padre Alain Elkann mentre in realtà si fregava le mani. Con una simile concorrenza in famiglia, non c’era storia: a lui le redini dell’azienda, al papà le vanità letterarie, a Lapo il suv. di Giordano Tedoldi