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Facci: Eccessi e le forzature che stravolsero Mani Pulite

Vent'anni dopo. I pm di Milano hanno calpestato l'articolo secondo cui solo in aula una testimonianza diventa prova

Andrea Tempestini
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La verità è che il Pool di Milano era assortito fantasticamente e fu insuperabile nel fare ciò che volle fare. Di Pietro. Davigo. Colombo. Borrelli. Poi Ielo e Greco. Un po' meno D'Ambrosio, che in realtà non faceva un tubo se non dichiarazioni disastrose. Resta che per abbattere una Repubblica - che non è, in genere, un compito del potere togato - il Pool e tutta la magistratura stravolsero o sovra-interpretarono il Codice di procedura penale varato nel 1989: lo neutralizzarono e poi ridestarono come un frankenstein inquisitorio/accusatorio. A un Di Pietro usato come ariete (le manette come regola) si affiancò infatti una contro-legislazione operata dall'alto: alcune sentenze della Corte costituzionale  (su tutte la 255/92) e una legge  suicida  (il Decreto Scotti-Martelli) ristabilirono lo strapotere delle indagini preliminari; ai pm era sufficiente estrarre verbali d'interrogatorio e riversarli in processi che non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all'accusa. La loro totale discrezionalità dipendeva perlopiù dalla loro buona o cattiva disposizione, dalle trattative ossia che l'indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento o dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. Le condanne di Mani pulite (si parla di Milano) nacquero in maggioranza da patteggiamenti e riti abbreviati: 847 su 1254, esiti che erano stati ottenuti quando il carcere preventivo era la regola e quando nelle indagini tutto si esauriva, complice la stampa e le sue storture. Tutti quei nuovi riti erano divenuti le scorciatoie pagate a caro prezzo da chi aveva voluto uscire dal tritacarne giudiziario, dal Rito ambrosiano: ma tutto erano fuorché normalità, soprattutto per chi non era disposto a starci. Forse non è un caso che tra i 1320 indagati che il Pool spedì ad altre procure competenti il numero dei proscioglimenti fu altissimo. Tutta gente non colpevole ma che non figura, però, nella casistica ufficiale di Mani Pulite, come se Milano avesse teso a sbarazzarsi delle posizioni scomode e indisponibili alla confessione liberatoria. Si dovrà aspettare anni perché una riforma elementare ristabilisca un principio chiave che Mani pulite aveva fatto a pezzi: l'articolo 513, quello in base al quale solo nel processo una testimonianza può diventare una prova, non nel parlatorio di un carcere o in una caserma di polizia. Esattamente come accade nei film americani, dove tutto ciò che non avviene durante il processo, semplicemente, non esiste. In una sentenza bresciana che trattava delle omissioni di Mani pulite - sentenza favorevole a Di Pietro - il giudice fu costretto a scrivere che «le mancanze di approfondimenti rilevate appaiono del tutto in linea con i già evocati frenetici ritmi di lavoro che connotarono la prima fase di Mani Pulite». Chiamato a testimoniare, il pm Francesco Greco la mise così: «Difficilmente in Mani pulite i filoni investigativi venivano approfonditi oltre un certo livello, perché non c'era il tempo per farlo. Scoperto un episodio si andava a quello dopo». Il Pool era composto da gente cazzuta e competente, ma Mani pulite per certi aspetti fu un'indagine superficiale in cui la velocità primeggiò sulla qualità e sull'accuratezza. I magistrati sceglievano gli obiettivi a seconda delle possibilità del momento, e fu Francesco Saverio Borrelli a parlare di «Blitzkrieg»: «Era la guerra lampo tipica degli eserciti germanici, una penetrazione impetuosa su una fascia molto ristretta di territorio, lasciando ai margini le sacche laterali». Il Pool agiva allo stesso modo: «Tendeva ad arrivare rapidamente ad assicurarsi risultati certi, lasciando ai margini una quantità di vicende da esplorare in un secondo momento». Il punto è che i risultati giunsero perciò in un secondo momento (quando giunsero) oppure dal 1994 in poi, quando la stampa e il Paese già pensavano ad altro. Le carte che dimostrano come il Pds si finanziò in maniera illecita, per fare l'esempio più clamoroso, diventarono migliaia in tutto lo Stivale: ma non se ne accorse nessuno, perché nella fase più calda ed efficace - quando tutto era possibile, forzature comprese - il Pool si era concentrato sul Psi e sulla Dc. Il Pci-Pds si salvò anche per questo. Il Pool di Milano fece delle scelte. Forse non poteva evitarle, ma le fece, e questo contribuì a scrivere una storia perlomeno parziale. Per descrivere i singoli casi (segretari di partito abbattuti o neppure sfiorati, imprenditori salvati e altri suicidati, Eni buono ed Eni cattivo eccetera) non basterebbe un libro, ma il vizio d'origine è riscontrabile sin dai primi mesi dell'inchiesta, quando si propinò la favoletta degli imprenditori concussi e dei cattivi concussori, cioè i politici. Il 28 novembre 1992, a botta calda, il famoso Mario Chiesa fu condannato a sei anni e sei mesi e sei miliardi da restituire: il 160 per cento dei soldi ricevuti; mentre Fabrizio Garampelli, il concusso, difeso da legali graditi all'accusa, dovette rimborsare solo il 15 per cento senza che frattanto avesse mai smesso di lavorare: la sua azienda vinceva gli appalti del Pio Albergo Trivulzio da vent'anni - con ogni presidente - e continuò a farlo. Altri imprenditori se la cavarono con meno di due anni e la condizionale. Dirà lo stesso Mario Chiesa: ««Tangentopoli non nasce solo per la prepotenza dei politici. Di imprenditori estorti non c'è nemmeno l'ombra... corruttori pronti a prendere calci nel culo, a subire ogni vessazione, sempre pronti a presentarti ventisette donne pur di non uscire dalla loro nicchia ed evitare di misurarsi col libero mercato... Una logica da gironi danteschi: nel primo c'erano le imprese garantite per i lavori a cavallo del miliardo, nel secondo quelle per opere sui tre miliardi... sino alla Cupola, sei o sette imprese che si riuniscono e pianificano investimenti e leggi ad hoc per dividersi gli appalti secondo una logica mafiosa». Confermerà, molti anni dopo, Piercamillo Davigo: «Le imprese si sono sempre giustificate dicendo che erano state costrette a farlo, che erano concusse, ma quello che si è appurato nei processi o nei patteggiamenti, con le innumerevoli condanne, mi fa propendere per l'altra ipotesi, quella di una prevalente corruzione. Anche perché, molte volte, al versamento delle tangenti si accompagnavano sistematiche pratiche di alterazione delle gare attraverso gli accordi tra le imprese stesse. Insomma, molti imprenditori costituivano una categoria di soggetti abituati a vivere di ‘protezione', al riparo della concorrenza, con un mercato privilegiato in cui gli appalti venivano suddivisi e spartiti al loro interno; in questa situazione il costo delle tangenti era rappresentato, a ben vedere, da cifre tutto sommato modiche rispetto ai benefici che se ne ottenevano». Mani pulite è anche questo, anzi, fu soprattutto questo, un'inchiesta giudiziaria che ebbe conseguenze politiche alla cui ombra potè accadere ogni cosa. E per forza: il Paese, agli albori del 1993, era un groviglio di manette, di malcontento e di retorica. Retate ad Ancona, Vercelli, Bergamo, Monza, in tutte le città d'Italia. Una manifestazione contro la manovra economica degenerò in scontri con 60 feriti. Gli scioperi fiorirono dappertutto e vennero contestati i sindacati. La Lega invitò a non acquistare i Bot, fallì un attentato contro la sede della Confindustria, scesero in piazza i commercianti contro l'annunciata minimum tax. Al segretario della Cisl, Sergio D'Antoni, tirarono un bullone in testa. Arrestarono l'intera giunta regionale dell'Abruzzo e l'intera giunta comunale di Vercelli. Ma è impossibile, ora, spiegare lo scenario in cui scivolavano le inchieste di quel periodo, ed è ancor oggi impossibile trovare un filo comune tra accadimenti che mozzavano il respiro: la bomba che il 14 maggio 1993 scoppiò al quartiere Parioli di Roma, l'autobomba che il 27 luglio scoppiò a Milano in via Palestro, le altre due l'indomani scoppiarono a Roma in piazza San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro. L'opinione pubblica e i mass media si ritrovarono in un conformismo che si pensava smarrito. Durante il funerale delle vittime di via Palestro si distinsero frasi come queste: «Metteteli tutti a pane e acqua: la forca, ci vuole la forca!»;  «Giuràtelo che li metterete tutti alla forca!»; Di Pietro, fatti ridare i soldi che hanno rubato, devi sequestrare tutto, hai capito?». Dopo quel paio di suicidi eccellenti che avevano calamitato l'attenzione sui metodi della magistratura (Gabriele Cagliari e Raul Gardini) si ripartì tranquillamente in quarta. Un sondaggio, elaborato dopo i suicidi, spiegava che il 60 per cento degli italiani riteneva che la carcerazione andasse bene così. Ormai la magistratura prendeva i contorni di un grande gendarme con potere d'interdizione permanente su uomini e cose. Un faro accecante sul vuoto della politica.   Il mondo giornalistico intanto esplodeva in entusiasmi conformisti di cui solo noi siamo capaci, come l'era Monti in parte dimostra. Il settimanale «L'Europeo» regalava gli adesivi circolari «Forza Di Pietro», «Panorama» esaltava l'Italia «dei tanti Di Pietro che sono fedeli alle moglii, una nuova specie di uomo». Chiara Beria di Argentine scriveva sull'Espresso sempre su Di Pietro: «Un implacabile nemico delle mazzette, un giudice mastino che interrompe i lunghi, estenuanti interrogatori offrendo Ferrero Rocher». Maria Laura Rodotà scriveva su Panorama: «Il nuovo eroe italiano, il nuovo modello, a grande richiesta... Di Pietro, eroe tranquillo, un role model, un modello di comportamenrto italiano». Laura Maragnani scriveva su Donna: «Di Pietro fa sognare anche le donne. Piace. Strapiace. C'è chi lo definisce un sex symbol, un eroe per gli anni Novanta... Dicono di lui che sia duro, testardo, di metodi spicci. E che sia onesto, onestissimo. Basta questo a farlo adorare alle donne? O è merito anche del suo anti-look, del calzino corto che si ribella alla tirannia sell'apparire?». Ah, saperlo. di Filippo Facci

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